Ecco la proteina usata dal virus per infettare le cellule sane

Lo studio, condotto dai ricercatori del Centro medico universitario di Groningen, è stato pubblicato sull'European Heart Journal

Che gli uomini fossero più colpiti dal Coronavirus rispetto alle donne era un dato di fatto già noto agli albori della pandemia. A fare il punto della situazione, in particolare, il bollettino diramato dall'Istituto Superiore di Sanità (Iss) in data 26 marzo che fotografò una realtà ben precisa. Il 58% dei positivi (42.049 individui) era di sesso maschile, con un'età mediana di 62 anni. La differenza nel numero di casi segnalato per sesso aumentava progressivamente negli uomini fino alla fascia d'età di 70-79 anni. Unica eccezione i soggetti di età compresa fra i 20 e i 39 anni. Tra questi, infatti, il numero delle donne contagiate era leggermente superiore. Anche il tasso di mortalità (in crescita parallela all'aumentare dell'età) risultò essere generalmente più elevato nella popolazione maschile.

Ci si è interrogati spesso sulle motivazioni di questa tendenza e sono state formulate varie ipotesi a riguardo. Sembra che ora si sia giunti finalmente a una risposta definitiva (anche se in campo scientifico il significato di 'conclusione' assume sfumature differenti). Il Coronavirus predilige il sesso maschile poiché nel sangue degli uomini circolano livelli più alti di Ace2, ovvero la proteina che il virus utilizza come bersaglio per infettare le cellule sane. Ad affermarlo un maxi studio condotto su migliaia di pazienti affetti da scompenso cardiaco dai ricercatori del Centro medico universitario Groningen, nei Paesi Bassi. I risultati dello stesso sono stati pubblicati sull'European Heart Journal. Ma non è tutto. Si è, altresì, dimostrato che chi assume farmaci inibitori del sistema Raas (ovvero quelle molecole impiegate contro ipertensione e patologie cardiache e renali) non ha concentrazioni ematiche più elevate di Ace2.

Gli scienziati hanno misurato le concentrazioni della proteina nei campioni di sangue prelevati da due gruppi di pazienti con insufficienza cardiaca. Il primo (1.485 uomini e 537 donne, età media 69 anni per i maschi e 75 per le femmine) è stato considerato come 'coorte indice' per testare le ipotesi su cui gli studiosi riflettevano da tempo. Il secondo (1.123 uomini e 575 donne, età media rispettivamente 74 e 76 anni) ha assunto il valore di 'coorte di validazione'. Sono stati in seguito presi in esame diversi fattori clinici potenzialmente in grado di condizionare i livelli di Ace2 (da alcune malattie, all'uso di farmaci Ace-inibitori), per osservare infine che il sesso maschile era il predittore più forte di elevate concentrazioni di Ace2.

"Per quanto ne sappiamo - afferma Adriaan Voors, professore di cardiologia del Centro medico universitario Groningen - questo è il primo studio sostanziale che esamina l'associazione tra concentrazioni plasmatiche di Ace2 e uso di inibitori Raas. Gavin Oudit della University of Alberta (Canada) e Marc Pfeffer della Harvard Medical School (Usa) commentano: "Di fronte alla diffusione dell'epidemia, e in assenza di dati definitivi, i risultati ottenuti nei pazienti con insufficienza cardiaca nel periodo pre-Covid offrono prove a sostegno dell'opportunità di proseguire le cure con Ace-inibitori nei pazienti a rischio di infezione da Coronavirus. Concludono: "Abbiamo due studi osservazionali sull'uso di questi medicinali in pazienti Covid-19 ospedalizzati che non mostrano alcun rischio aumentato, anzi suggeriscono possibili benefici".

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