Morbo di Huntington: ecco quali sono le origini

La ricerca internazionale, coordinato da Ferdinando Squitieri, è stato pubblicato su 'Genetics in Medicine'

Si stima che colpisca circa 3-10 individui ogni 100mila soggetti nell'Europa Occidentale e nel Nord America, senza differenza alcuna tra uomini e donne. L'età di insorgenza varia fra i 30 e i 50 anni e, quasi sempre, il decesso avviene 15-20 anni dopo la diagnosi. Talvolta ad esserne affetti sono i bambini che raramente riescono a divenire adulti. Con il termine morbo di Huntington si indica una patologia neurodegenerativa ereditaria (si trasmette con modalità autosomica dominante) per la quale non esiste cura. Questo disturbo devastante, in maniera lenta e progressiva, annulla l'autonomia del paziente che vede spegnersi pian piano la sua capacità di parlare, di camminare e persino di ragionare. La malattia prende il nome da George Huntington, il medico che la descrisse per la prima volta nel 1872.

Il morbo di Huntington è una patologia monogenica, ovvero l'alterazione interessa un solo gene. Le mutazioni, inoltre, sono troppo piccole per essere visualizzate attraverso il microscopio e ciò impedisce la diagnosi mediante esame cromosomico. Nel 1993 fu scoperta la mutazione genetica a carico di un gene autosomico dominante localizzato sul cromosoma 4. Tale gene codifica per la proteina huntingtina o HTT di cui non è ancora nota la funzione e che, solitamente, si trova nel citoplasma. Nonostante la proteina sia espressa in più parti dell'organismo, la degenerazione cellulare avviene con maggiore frequenza nel cervello. Non è infatti un caso se il morbo sia caratterizzato dal deterioramento dei neuroni del nucleo caudato. Si tratta questa di una regione dei gangli della base adibita alla regolazione del movimento volontario.

Vari sono i sintomi del morbo di Huntington. Nelle fasi iniziali può manifestarsi con problematiche che coinvolgono le capacità cognitive e/o quelle motorie: cambiamenti d'umore, dimenticanze, depressione, goffaggine, còrea (contrazioni involontarie), mancanza di coordinazione. Ancora apatia, ansia, irritabilità, disturbi ossessivi compulsivi o psicotici. Con la progressione della malattia anche i segni clinici divengono più marcati. Si intensificano i movimenti della testa e del tronco, diminuiscono la concentrazione e la memoria a breve termine, regrediscono le capacità di parlare, di deglutire e di camminare. Il paziente, così, non è in gtado di prendersi cura di se stesso. Spesso la morte giunge in seguito a complicazioni quali infezioni, shock anafilattico o attacco cardiaco.

Uno studio internazionale, coordinato da Ferdinando Squitieri (Responsabile dell'Unità Ricerca e Cura Huntington e Malattie Rare dell'IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza/CSS-Mendel e Direttore Scientifico della Fondazione LIRH) e pubblicato su 'Genetics in Medicine', ha identificato per la prima volta le origini del morbo. La ricostruzione genealogica e genetica durata sei anni ha consentito di determinare che la patologia, in una specifica area del Medio Oriente, ha per la gran parte un'origine africana e non europea. A partire dal 1872, anno in cui come già accennato venne descritta per la prima volta, la malattia si è prevalentemente concentrata fra le popolazioni europee e nord-americane che si definiscono caucasiche. Nel 2013 la Fondazione Lega Italiana Ricerca Huntington è stata contattata da una famiglia di Muscat (capitale del Sultanato dell'Oman) con un alto numero di matrimoni inter-familiari alla disperata ricerca di possibili cure circa il morbo di Huntington.

Lo studio, condotto tra agosto 2013 e marzo 2019 su un campione di 302 individui, ha ricostruito la storia familiare e genetica di questo nucleo andando indietro di otto generazioni. Dopo aver realizzato interviste one-to-one con tutti i partecipanti, si è poi proceduto all'analisi genetica del DNA da campioni di sangue per identificare la lunghezza del tratto mutato (CAG). Si è così risaliti all'origine genetica del primo individuo ammalato che era residente in Africa nel 1800. In quest'epoca, dall'Africa sub-equatoriale, una famiglia ha portato con sé il morbo di Huntington fino al Medio Oriente. Dall'analisi è emerso che la popolazione medio-orientale manifesta un'insorgenza più precoce della patologia (soprattutto nei soggetti giovani) e una sua mutazione maggiormente tossica. La ricerca fa ben sperare. Si apre, infatti, una nuova finestra sul futuro della cura. Gli studiosi ritengono che le terapie non selettive possano rappresentare una risorsa importante per i pazienti in tutto il mondo.

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