"Previene le metastasi": la scoperta sul tumore che può salvar le donne

L'importante scoperta è stata pubblicata dai ricercatori spagnoli del Vall D'Hebron Institut de Recerca (VHIR) su Nature Communications

Secondo le statistiche colpisce circa una donna su dieci nel corso dell'esistenza. È il tumore al seno la neoplasia più frequente del sesso femminile, una malattia insidiosa che si caratterizza per la formazione di un tessuto costituito da cellule che crescono in maniera anomala e abnorme all'interno della ghiandola mammaria. Sono quattro gli stadi secondo i quali il carcinoma può essere classificato. In quello iniziale (Stadio 1) esso è confinato nel tessuto adiposo per poi diffondersi successivamente nelle immediate vicinanze (Stadio 2) o ai tessuti sottostanti della parete toracica (Stadio 3). Lo stadio 4, infine, corrisponde al cosiddetto tumore al seno metastatico. Le cellule cancerose, infatti, hanno ormai raggiunto gli altri organi, in particolare il cervello, il fegato e i polmoni.

Le cause del cancro della mammella non sono ancora del tutto chiare, esistono tuttavia fattori di rischio in grado di favorirne la comparsa. Tra questi il più significativo è rappresentato dall'età. La maggior parte dei casi viene diagnosticata in soggetti con più di cinquant'anni. Da non sottovalutare, poi, il menarca prima dei 12 anni, la nulliparità, la familiarità, la menopausa tardiva e la prima gravidanza dopo i 30 anni. Circa il 30% delle pazienti, soprattutto giovani, ha più di un parente affetto dal tumore al seno che, secondo diverse ricerche, può altresì essere l'esito di un uso eccessivo e prolungato di estrogeni. Infine, a determinare la patologia, concorre una ormai riconosciuta predisposizione genetica ai geni oncosoppressori BRCA-1 e BRCA-2. Proprio da questi dipende il 50% delle tipologie cancerose ereditarie.

È necessario specificare che in tali casi si eredita solo la predisposizione alla neoplasia, non la malattia stessa. Ulteriori fattori di rischio includono: sedentarietà, sovrappeso, obesità, abuso di alcol, fumo di sigaretta, dieta povera di frutta e verdura. Obiettivo principale rimane la prevenzione che consiste nell'osservazione periodica della mammella al fine di individuare eventuali anomalie e di formulare, così, una diagnosi precoce. Uno dei sintomi tipici del tumore al seno è la sua consistenza aumentata a causa della presenza di noduli. Occhi puntati anche sulle piccole rientranze della cute, sulle secrezioni sierose o ematiche, sulle lesioni eczematose e sull'ingrossamento dei linfonodi sotto l'ascella.

Un team di ricercatori spagnoli del Vall D'Hebron Institut de Recerca (VHIR), assieme al CIBER de Cáncer (Ciberonc), hanno individuato una proteina in grado di prevenire le metastasi del tumore al seno. Si tratta della cosiddetta proteina B3 integrina. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, è uno dei primi a descrivere il ruolo dell'integrina nell'assorbimento delle vescicole da parte delle cellule che favoriscono la formazione di metastasi negli altri organi. Dai risultati è emerso che quando si inibisce l'integrina B3, le vescicole non possono essere interiorizzate. Di conseguenza non vi è alcuno stimolo in grado di favorire la crescita del cancro in sedi organiche differenti. Gli scienziati al momento stanno cercando di scoprire gli inibitori della proteina così da mettere a punto una strategia per evitare le metastasi.

La ricerca scientifica sta facendo passi da gigante e negli ultimi tempi è riuscita a decifrare meglio il linguaggio con il quale comunicano a livello molecolare le cellule cancerose e il microambiente che le accoglie, ovvero l'insieme cellulare ed extra-cellulare nel quale la neoplasia si sviluppa. A tal proposito gli studiosi dell'Istituto tumori della Romagna Irst Irccs hanno realizzato in vitro una molecola nanotecnologica provvista di un farmaco anticancro già impiegato in clinica e di un anticorpo. Questo esempio di sofisticata tecnica di ingegneria biomedica, intervenendo sul microambiente tumorale, potrebbe interrompere il processo di crescita della malattia. La speranza è proprio quella di verificarne la capacità farmacologica anche sul paziente, così da traslarlo il prima possibile nei percorsi di cura.

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