Tumori del sangue, 3 anni di sopravvivenza grazie ai nuovi trattamenti

Nuovi trattamenti grazie a farmaci di nuova generazione e l'immunoterapia basata sulla terapia cellulare aumentano l'aspettativa di vita dei malati di tumori del sangue

La sopravvivenza a lungo termine in molti tumori del sangue è migliorata grazie alle terapie innovative. A dirlo sono i risultati presentati al recente Congresso della Società Americana di Ematologia (ASH), approfonditi oggi in una conferenza stampa virtuale.

Un esempio che mette in luce i progressi della medicina è quello del mieloma multiplo, tumore che ha origine nel midollo osseo e che colpisce ogni anno circa 5.750 persone in Italia, per il quale la sopravvivenza mediana è passata nell’ultimo ventennio da 36 mesi a circa 7 anni. Il merito va ai nuovi trattamenti utilizzati sui pazienti: si tratta dell’iberdomide, un immunomodulatore che ha migliorato la percentuale di risposta, e dell’immunoterapia basata sulla terapia cellulare con una nuova CAR T, ide-cel. In particolare, in quest’ultimo caso il controllo della malattia ha raggiunto i 9 mesi, con una buona percentuale di pazienti vivi a 3 anni.

La leucemia mieloide acuta, un altro dei principali tumori del sangue che colpisce ogni anno 3.200 cittadini nel nostro Paese, può contare su una terapia di mantenimento efficace nei pazienti in remissione dopo chemioterapia. Grazie all’introduzione della nuova metodologia, la sopravvivenza globale si è attestata a 25 mesi. Nella leucemia mieloide cronica, invece, la sopravvivenza a 5 anni supera il 90% riuscendo, in molti casi, ad equipararsi a quella della popolazione generale. Come per le altre patologie, a fare la differenza sono le terapie mirate, come dasatinib, che hanno cambiato la storia della malattia. Anche per la mielofibrosi, una rara malattia cronica del midollo osseo, si sono aperte nuove prospettive di cura. Nei prossimi mesi sarà disponibile fedratinib, nuova opzione terapeutica in quasi 10 anni a seguito della recente approvazione del Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’ente regolatorio europeo (EMA).

Elena Zamagni, Professoressa di Ematologia, Istituto di Ematologia ‘L. A. Seràgnoli’, IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Orsola-Malpighi di Bologna, si è espressa sui progressi nel campo della ricerca associata al mieloma: «I sintomi principali del mieloma multiplo sono rappresentati dalle lesioni scheletriche. Fino ai due terzi dei pazienti presenta dolore osseo, in particolare al rachide, al momento della diagnosi e circa il 75% mostra lesioni ossee alle indagini radiologiche approfondite. Al Congresso ASH è stato presentato lo studio sulla combinazione di iberbomide, nuovo farmaco immunomodulante orale, con un anticorpo monoclonale e un inibitore del proteosoma. I dati preliminari hanno evidenziato una risposta nel 50% dei pazienti che avevano ricevuto mediamente sette precedenti regimi di trattamento. Si tratta di un risultato molto importante, ottenuto in persone che avevano perso la risposta alle terapie disponibili».

Anche la nuova CAR T ide-cel è stata al centro del discorso della Prof.ssa Zamagni per il trattamento di alcuni tumori del sangue: «Le CAR T rappresentano il fronte più avanzato dell’immunoterapia. I linfociti T vengono prelevati dal paziente, ingegnerizzati in laboratorio con una procedura complessa e poi reinfusi nella persona colpita dalla patologia. Nello studio di fase I presentato al Congresso con una osservazione prolungata, di 41 mesi, ide-cel ha mostrato un buon controllo della malattia in pazienti che avevano ricevuto mediamente 6 linee di terapia precedenti, con una durata mediana della risposta di 10 mesi e una mediana di sopravvivenza di 34 mesi. Si tratta di risultati 3 volte superiori rispetto a quelli stimati in questa popolazione di pazienti. Sono importanti anche le analisi dei sottogruppi di pazienti trattati nello studio di fase 2 KaRMMa, che hanno riguardato, da un lato, pazienti di età superiore a 70 anni, dall’altro lato, persone con malattia molto aggressiva per la presenza di masse extramidollari o di alterazioni genetiche. Sono emersi risultati simili alla popolazione generale in studio, sia in termini di tollerabilità che di durata della risposta».

Sul fedratinib, la terapia di ultima generazione dedicata al trattamento in prima e seconda linea della mielofibrosi, si è espresso Francesco Passamonti, Ordinario di Ematologia all’Università dell’Insubria di Varese e Direttore Ematologia ASST Sette Laghi di Varese: «La mielofibrosi colpisce soprattutto gli over 60 e si stimano, in Italia, circa 700 nuovi casi ogni anno. La manifestazione caratteristica è l’ingrossamento della milza (splenomegalia) e i sintomi sono febbre, profonda stanchezza e debolezza, sudorazione notturna abbondante, prurito, dolori alle ossa e dimagrimento. È una patologia eterogenea e difficile da trattare, perché può causare non solo grave anemia, ma anche diminuzione dei leucociti e delle piastrine. Le opzioni terapeutiche sono molto limitate. L’aspettativa di vita è di 4-5 anni. Per la prima volta, in quasi un decennio senza progressi, arriva nell’armamentario terapeutico una nuova molecola. Fedratinib, un inibitore selettivo della kinasi JAK 2, proteina coinvolta nel meccanismo patogenetico, è una terapia mirata orale molto potente. Al Congresso americano di ematologia, sono stati presentati i risultati a lungo termine di uno studio di fase 1-2. Sono stati arruolati 59 pazienti, di cui 43 in lunga osservazione e 28 trattati per più di 24 cicli. È emersa la sicurezza della molecola a lungo termine».

Per Esther Natalie Oliva, Unità di Ematologia, Grande Ospedale Metropolitano Bianchi Melacrino Morelli di Reggio Calabria, le terapie innovative a base di farmaci ipometilanti hanno cambiato negli ultimi dieci anni la storia delle leucemie: «La leucemia mieloide acuta è un tumore del sangue aggressivo. I sintomi sono legati all’espansione clonale di cellule immature, i blasti, e alla conseguente riduzione dei globuli rossi e delle piastrine. I sintomi più comuni sono stanchezza, vertigini e dispnea. È una malattia tipica dell’età avanzata, il 70% dei pazienti è over 65. La terapia più efficace a mantenere la remissione dopo chemioterapia è il trapianto di midollo osseo, non indicato nei pazienti anziani e in quelli che non dispongono di un donatore compatibile. La maggior parte delle persone anziane, quindi, riceve chemioterapia a basso dosaggio eventualmente ripetuta dopo il primo ciclo. L’impatto sulla recidiva però è scarso, infatti dopo solo un anno la malattia si ripresenta nell’80% dei pazienti. E solo il 20% è ancora vivo dopo 5 anni».

La Dott.ssa Oliva si è poi espressa sull’utilizzo di una nuova molecola impiegata nel mantenimento, dai risultati soddisfacenti e che fanno ben sperare per il futuro nella lotta ai tumori del sangue: «Per la prima volta, una nuova molecola, azacitidina orale (CC 486), che rientra nella classe dei farmaci ipometilanti, ha dimostrato efficacia come terapia di mantenimento dopo chemioterapia. La molecola ha un’attività sostenuta ed è ben tollerata. Lo studio internazionale di fase 3 QUAZAR, presentato al Congresso ASH, ha coinvolto quasi 500 pazienti e ha mostrato un vantaggio nella sopravvivenza mediana di 10 mesi, con 25 mesi raggiunti dai pazienti trattati con azacitidina orale rispetto ai 15 con placebo. E si è osservato un vantaggio nella sopravvivenza libera da recidiva di 5 mesi. È stato stimato anche l’impatto economico, con un ricovero evitato ogni 6 pazienti trattati con la nuova terapia. E l’ospedalizzazione, se necessaria, ha richiesto tempi inferiori rispetto al gruppo con placebo. Dopo 2 anni di trattamento, sono stati risparmiati 40mila dollari per paziente».

Una conferma arriva anche per il dasatinib, utilizzato nel trattamento della leucemia mieloide cronica. A parlarne è stato Massimo Breccia, Responsabile Unità Operativa Day Hospital Ematologia, Policlinico Umberto I, Università ‘Sapienza’ di Roma: «È una patologia neoplastica clonale, che origina da una cellula staminale totipotente Ogni anno, in Italia, si stimano circa 1.000 nuove diagnosi, soprattutto negli over 65. Molto spesso la malattia è asintomatica e, nell’80% dei casi, è individuata a seguito di esami di controllo per altri motivi. I sintomi, se presenti, sono febbre, dolori ossei e addominali per la splenomegalia, dimagrimento, sudorazione».

Progressi arrivano anche dal punto di vista dell’aspettativa di vita in seguito alla remissione della patologia: «Dagli inizi del 2000, gli inibitori tirosin chinasici di prima e seconda generazione, che rientrano nelle terapie mirate, hanno migliorato del 40% l’aspettativa di vita, portandola quasi agli stessi livelli della popolazione generale. Prima di queste molecole- ha affermato Breccia -, le uniche alternative erano costituite dal trapianto di midollo, che richiede un donatore compatibile, e dall’interferone, a cui rispondeva solo il 20% dei pazienti. Dasatinib, inibitore tirosin chinasico di seconda generazione, è indicato quale trattamento specifico sia in prima linea che in seconda linea nei pazienti resistenti alla precedente terapia con imatinib ed è molto potente perché svolge una ampia azione inibitoria sui meccanismi patogenetici. I risultati dello studio DASISION hanno condotto, dieci anni fa, all’approvazione del farmaco nei pazienti all’esordio. Al Congresso ASH sono stati presentati i risultati di una sottoanalisi per valutare l’impatto delle comorbidità all’inizio del trattamento. Queste ultime, nei pazienti trattati con dasatinib, non inficiano la tollerabilità e le risposte, che sono più rapide e profonde rispetto a imatinib, evitando così la progressione verso la fase avanzata della malattia».

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