Salvataggio impossibile ad alta quota

Un libro celebra le imprese sulle vette più alte del mondo. C’è anche la versione originaria e inedita del premiato bestseller La morte sospesa dell’alpinista britannico Joe Simpson

Salvataggio impossibile ad alta quota

Joe Simpson

Pensavo che la parte peggiore della cresta fosse passata, ma presto scoprii che non era così. Divenne molto tortuosa, con ampie cornici di neve polverosa e ripide creste affilate. Non era possibile restare sotto la linea delle cornici a causa dei pendii scanalati di neve polverosa sul versante orientale.

Discendemmo legati per 50 metri. Quella discesa non fu mai difficile dal punto di vista tecnico, ma sempre estremamente precaria e impegnativa. Verso le 11 il peggio era passato, e ora la cresta formava enormi cornici massicce a forma di dorso di balena. Non vedevo Simon (Yates, il compagno di scalata, ndr) mentre giravo intorno alla prima grande cornice e mi avvicinavo alla seconda. Più in là la cresta digradava verso il nostro punto di discesa della parete occidentale.

Fui sorpreso di trovare un dirupo di ghiaccio sull’altra parte della cornice, che era alta circa 4 metri e mezzo alla cima della cresta e quasi 12 sotto la parete orientale. Non fu possibile scendere perché la neve sulla cima era instabile e la cresta troppo pericolosa per provare. Perciò iniziai a traversare il bordo della falesia cercando un lato debole, una rampa di ghiaccio o un crepaccio, attraverso cui poter discendere la falesia.

Improvvisamente una grande sezione del bordo si ruppe sotto di me e caddi per 9 metri sul pendio della parete orientale, poi mi ribaltai. Sapevo di essermi rotto una gamba nel forte impatto perché il mio rampone aveva colpito il ghiaccio duro.

Simon controllava tutto e l’unica cosa che dovevo fare era sopportare il dolore ed eseguire le manovre nel modo più sicuro possibile. Iniziammo entrambi a essere ottimisti circa la possibilità di raggiungere il ghiacciaio e il rifugio di una buca di neve quella notte stessa. Lavorammo bene come squadra e facemmo costanti progressi sulla parete di 650 metri. Simon mi aveva già calato per 200 metri fino al valico.

All’imbrunire ci rendemmo conto che eravamo solo a due lunghezze e mezzo dal ghiacciaio. Su quella che doveva essere la penultima lunghezza avvenne il disastro, quando fui accidentalmente calato su un dirupo di ghiaccio. La situazione da possibile divenne improvvisamente disperata. Quando la corda di calata fu a metà strada dalla placchetta di sicurezza ero sospeso a un’altezza di 15 metri sopra un enorme crepaccio!

Questa, pensai, è la fine. Ero esausto e avevo freddo, e mi sentivo ingannato, come se qualcosa volesse a tutti i costi distruggermi senza considerare tutto quello che avevamo fatto per impedirlo. Stavo rendendo l’anima a Dio.

Nel buio, con le valanghe che scivolavano dal ciglio del dirupo sopra di noi, un forte vento pungente e una temperatura di -20 gradi, ero troppo intirizzito per poter fare qualsiasi tentativo. I miei tentativi di fare un prusik fallirono perché mi cadde l’asola a causa delle mani gelate, e in seguito mi sentivo troppo a pezzi per fare altro.
Ricordo distintamente di aver pensato a Tony Kurtz che era rimasto appeso a una corda da uno strapiombo sulla parete settentrionale dell’Eiger. Morì congelato. Pensai che ora sapevo cosa aveva provato. Avvicinarmi alla morte non era così male come i libri mi avevano portato a pensare. Ho provato ma non ce l’ho fatta: peggio per me! Mi stavo avvitando sull’imbracatura, troppo debole per tenermi dritto, e mi venne in mente quella terribile foto in bianco e nero del corpo di Kurtz sulla corda, con i ghiaccioli attaccati ai suoi ramponi. Le mie gambe erano intorpidite ed era un sollievo, perché non sentivo il dolore. Mi chiesi se Simon sarebbe morto con me e se qualcuno ci avrebbe mai trovati.

Più rimanevo appeso lì più mi sentivo rilassato, anche abbastanza calmo sapendo che sarei morto presto. In preda a una sorta di indolenza, era come se tutto quello che stava succedendo non m’interessasse, come se non avesse nulla a che fare con Joe Simpson. Era solo una circostanza della vita... o della morte.
Simon doveva aver passato dei brutti momenti sul pendio sopra di me, facendo di tutto per tenermi e rendendosi conto che il suo sedile stava crollando sotto di lui, investito dalla furia delle valanghe.

Quando mi sentii scivolare per qualche metro mi resi conto di quello che stava succedendo: Simon stava per tagliare la corda. Mi domandai se sarebbe riuscito a liberarsi in tempo. Guardai in basso e capii che non sarei sopravvissuto a una caduta nel crepaccio. Avevo alzato gli occhi verso la corda quando improvvisamente mi sentii precipitare. Non avevo paura, più che altro ero confuso. Urtai pesantemente il tetto nevoso del crepaccio e mi accovacciai lateralmente mentre lo sfondavo, poi accelerai di nuovo verso il basso. Non vedevo niente, ma sentivo il tetto di neve che veniva giù. Più in basso urtai un ponte di neve nel crepaccio al mio fianco, molto forte, e urtai il ginocchio lanciando un grido di dolore.

Mi ci volle molto tempo per riprendermi e sedermi. Pensai di essermi slogato l’anca sinistra perché quando la muovevo scricchiolava. L’unica cosa che sentivo in quel momento era il ginocchio.

Quella domenica sera nel crepaccio fu la peggior esperienza della mia vita perché soffro leggermente di claustrofobia. Per prima cosa conficcai un chiodo da ghiaccio nella parete del crepaccio e mi ci legai. Poi mi guardai intorno con la torcia. Sembrava che l’unico modo per uscire fosse dall’alto. Il tetto attraverso il quale ero passato si trovava circa 15 metri sopra di me. Era impossibile salire fin lassù, ma in preda alla disperazione ci provai quattro volte prima di desistere.

Dalle 23 fino alle 3 del mattino impazzii, ed ero convinto che Simon pensasse che fossi morto. Non avevo nessun motivo per crederlo, ma me lo sentivo. Era un incubo reale, un tumulto di pensieri che rimbalzavano nella mia mente. Pensai che mi ci sarebbero voluti diversi giorni per morire nel crepaccio. Non mi sono mai sentito così solo e abbandonato in tutta la mia vita. Pensai seriamente di slegarmi e saltare nel buco alla mia sinistra nelle viscere del ghiacciaio, ma sapevo che non sarei riuscito a farlo. Mi rannicchiai contro la parete di ghiaccio come un bambino spaventato e piansi, urlai, gemetti e provai pena per me stesso. Poi cercai di razionalizzare, pensando che tutti dobbiamo morire prima o poi e che era semplicemente arrivato il mio momento, questo era il mio modo di morire. Mi domandai quanti altri erano morti in un modo simile e cosa avevano fatto e come se l’erano cavata.

Sembrava strano pensare che sarei semplicemente andato ad allungare le statistiche degli incidenti di montagna. Ora mi resi conto con orrore del vero significato di tutte quelle storie di alpinisti morti sulle montagne. Mi sentii triste per tutti loro.