Saragat, quel signor nessuno che salvò l’Italia

Quando la delegazione italiana si recò a Parigi alla Conferenza di pace il 10 agosto 1946 fu fatta entrare nella grande sala del palazzo Lussemburgo da una porticina secondaria che immetteva nell’ultima fila di seggi in alto. Si voleva evitare che i rappresentanti dei ventun Paesi vittoriosi fossero costretti a posare lo sguardo su di loro. Gli italiani si trovarono così di fronte un muro di schiene di gente silenziosa. Alcide De Gasperi, come capo del governo, ebbe l’onere di prendere la parola in quel clima ostile. Il suo discorso segnò però l’inizio di un difficile cammino di reinserimento italiano nella comunità internazionale. Ad essergli a fianco non solo fisicamente in quel «terribile pomeriggio», ma più in generale nella drammatica ricostruzione del Paese come democrazia occidentale, fu soprattutto il leader della socialdemocrazia italiana, Giuseppe Saragat. In pochi anni l’Italia da Paese «vinto» divenne «alleato» e fondatore della Comunità europea.
A quella straordinaria stagione di ripresa dell’Italia la nostra storiografia dominante, «antifascista», guarda con sostanziale disprezzo e generale sottovalutazione. È quindi particolarmente interessante la documentata rievocazione che di quegli anni decisivi ha realizzato Michele Donno a partire dal ruolo svolto dallo statista socialdemocratico in Socialisti democratici. Giuseppe Saragat e il Psli (Rubbettino, pagg. 541, 30 euro). Il giovane studioso lamenta infatti l’«ostracismo storiografico» e la «diffida accademica» che caratterizzano i testi di storia che rappresentano come fatto estremamente negativo la rottura dell’unità antifascista e l’avvio di una politica imperniata sull’alleanza tra la Dc di De Gasperi e i partiti di sinistra non filo stalinisti. A farne le spese è stato soprattutto Giuseppe Saragat che uscendo dal Psi dette vita nel 1947 ad un partito socialdemocratico - denominato inizialmente con richiamo al laburismo Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) - che fu il principale alleato di De Gasperi. È stato quindi tramandato come traditore, venduto e fallito.
Michele Donno concentra il suo studio sull’azione di Saragat tra il 1946 e il 1951 valorizzando il ruolo di principale sostenitore della collocazione occidentale e di una economia di mercato capace di tutela sociale. Il suo slogan «case, scuole, ospedali» fu per decenni irriso da comunisti e sinistra socialista. Ma, riconosciuto il valore storico di Saragat, Michele Donno mette a fuoco le ragioni del mancato decollo della socialdemocrazia. Sono tre. Innanzitutto la ristrettezza di mezzi finanziari. Si è molto fantasticato su dollari Cia nella scissione del 1947. In realtà gli unici sostegni americani vennero dai sindacati, furono importanti per la nascita, ma non ne sorressero il futuro. Mentre Psi e Pci avevano alle spalle i massicci finanziamenti sovietici, Saragat non aveva i soldi nemmeno per garantire la sopravvivenza del quotidiano di partito. La seconda ragione riporta alle continue divisioni e lacerazioni interne, specchio del dato positivo di personalità molto forti, ma anche di una irrequietezza che inseguendo la riunificazione dei socialisti non faceva che produrre scissioni.
Infine il terzo handicap fu rappresentato dall’ostilità della sinistra democristiana e in particolare di Giuseppe Dossetti che per indebolire De Gasperi ne attaccava l’alleato. Sono pagine in cui il dossettismo esce dall’aura mitica e prende la forma di un gruppo di potere irresponsabile che spalleggia lo stalinismo italiano. Saragat è stato bocciato dalla storiografia per non aver dato vita a un blocco di sinistra. Molti storici fanno ancora confusione tra frontismo filosovietico e socialdemocrazia occidentale.
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