Scagionato, torna libero il vice di Vallanzasca

(...) di Ricky Fros, falciato a raffiche di mitra dentro il campo nomadi di via Stephenson, dietro viale Certosa, nel settembre dell’anno prima. Movente: una mancanza di rispetto, uno sgarro impensabile ai bei tempi. Un nomade del campo gli aveva rifilato della cocaina fasulla, e quando Colia lo aveva chiamato lo aveva anche mandato a quel paese, nonostante «Pinella» lo invitasse a documentarsi bene per capire chi aveva davanti. Ma quello se ne era fregato.
Le manette per Colia erano scattate quando, indagando su un giro di rapinatori, le armi usate per il regolamento di conti erano saltate fuori in un covo affittato da un amico di Tino Stefanini, anche lui veterano della malavita cittadina, da sempre amico di Colia. «Pinella» non aveva fatto storie, al momento dell’arresto. Aveva salutato la anziana madre, aveva raccolto le sue cose e si era trasferito in carcere. Piazza Filangieri, lo stesso indirizzo dove aveva già trascorso decine di anni. E dove adesso rischiava di andare a morire. Ma stavolta il vecchio gangster non si è arreso. Ha giurato innanzi al mondo intero che lui, che non ha mai preteso di essere un santo, con l’ammazzamento del tizio al campo nomadi non c’entrava. È vero, ha detto, mi ha fatto un bidone e posso aver fatto la voce grossa. Ma quello i bidoni li avrà fatti anche ad altre persone. E perché proprio io devo averlo ammazzato? Così non ha patteggiato, non ha chiesto il rito abbreviato. D’intesa con i suoi avvocati, Corrado Limentani e Ermanno Gorpia, ha affrontato a viso aperto il processo in Corte d’assise con il rischio di beccarsi l’ergastolo. «Io non c’entro niente con questa storia» aveva spiegato ai giurati in una delle prime udienze.
Certo, c’era il problema un po’ spinoso delle armi trovate a casa di Cifone, l’amico di Stefanini, e che erano indubbiamente quelle usate nella sparatoria. Secondo la Procura a impugnare i mitra e a fare irruzione sparando come matti nel campo nomadi erano stati loro tre: Colia, Stefanini, Cifone. Ma quest’ultimo, Cifone, nel processo ha fatto una rivelazione decisiva: «Quelle armi le tenevo io, ma non per conto di Colia né di Stefanini». Il pubblico ministero Roberta Brera: «E per conto di chi, allora?» «Per conto di un altro» «Ci può dire il nome?». E a quel punto Cifone rivela la vera identità del titolare dei mitra, che è - verosimilmente - anche il vero autore dell’omicidio. E che nel frattempo ha lasciato questa valle di lacrime per cause del tutto naturali.
Chiamare in causa un morto servirebbe a poco, se ci fossero altre prove ad incastrare Colia. La Procura insiste, e nella requisitoria candida «Pinella» al carcere a vita. Ma altre prove non ce ne sono, stabilisce ieri la Corte d’Assise, e assolve tutti gli imputati. Stefanini resta dentro, per delle rapine. Colia se ne torna a dormire nella sua casa vicino a Niguarda. Ha sessantatré anni. Gli ultimi due compleanni li ha festeggiati in carcere, e a una certa età sono cose che pesano. Chiederà i danni allo Stato?

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