Sono trascorsi circa 10 mesi da quando, a fine gennaio, Nasa ed Esa avevano lanciato l'allarme per i rischi connessi all'avvicinamento alla Terra dell'asteroide 2024 YR4. Appena un mese dopo il suo primo avvistamento effettuato tramite il telescopio Atlas, al corpo celeste di dimensioni comprese tra i 50 e i 90 metri era stato attribuito più dell'1% di probabilità di collisione con il nostro Pianeta. Sembra in apparenza una percentuale ridotta, ma in realtà era la prima volta che si raggiungeva un punto così alto di allerta dal momento della costituzione del network internazionale per gli asteroidi: si salì fino al 3,1% a febbraio, poi l'allarme rientrò nei mesi successivi (0,001%) dopo un calcolo più preciso della sua traiettoria.
Pericolo scampato, dunque? Non del tutto, visto che ora gli scienziati attribuiscono un 4% di probabilità che l'asteroide si schianti sulla Luna, producendo un impatto di potenza quantificabile in 300 bombe atomiche di Hiroshima in grado di causare delle conseguenze anche sulla Terra. E questo perché, come spiegato a Repubblica dalla responsabile del Planetary Defense Coordination Office della Nasa Kelly Fast, l'impatto creerebbe una pioggia di micrometeoriti insidiosa per il nostro Pianeta. "Non rappresenterebbero alcun pericolo per la popolazione, ma potrebbero danneggiare i satelliti che si venissero a trovare lungo la loro traiettoria", spiega l'esperta, "per ora stiamo monitorando la situazione e valutiamo se sarà necessario pianificare una missione di deviazione dedicata".
La difesa planetaria, racconta Fast, nacque nel 1994, quando la cometa Shoemaker-Levy 9 si schiantò su Giove: "È stata la prima volta che l’umanità ha osservato una collisione cosmica in diretta". L'ipotesi che una situazione del genere potesse verificarsi sulla Terra portò a effettuare degli investimenti per tracciare il percorso dei corpi celesti. La responsabile del PDCO ricorda anche l'episodio che avvenne in Russia nel 2013, quando un asteroide di 18 metri di diametro riuscì a "nascondersi" all'osservazione: "Era troppo piccolo per essere visto in anticipo dai telescopi terrestri, e proveniva dalla direzione del Sole, che ostacola le osservazioni", ricorda, "si disintegrò a 30 km di altezza, liberando l’energia di 25 bombe di Hiroshima. L’onda d’urto frantumò finestre e danneggiò edifici in un’area di 100 kmq, con oltre 1.500 feriti".
La Nasa continua a investire, soprattutto nella missione Neo Surveyor,"un telescopio spaziale a infrarossi progettato per individuare gli asteroidi più difficili da rilevare dalla Terra, quelli che riflettono poca luce". Le difese restano alte, vista l'imprevedibilità di nuovi sviluppi: "Ci sono telescopi che scandagliano continuamente grandi porzioni del cielo, vedono le stelle come puntini fissi, e ciò che cercano è un puntino che si muove rispetto a loro", precisa l'esperta, "quando i diversi osservatori trovano qualcosa di potenzialmente nuovo, inviano le coordinate della scoperta al Minor Planet Center di Boston, che è la banca dati internazionale per questi oggetti".
A quel punto parte lo studio sul corpo celeste e la sua traiettoria, e l'allarme in genere scatta quando si raggiunge una soglia di pericolo, che per gli asteroidi più grandi è dell'1% di probabilità d'impatto: "Sembra poco, ma è rarissimo raggiungerla. Oltre il 10 per cento scatterebbero misure operative, con protocolli di emergenza, valutazioni di missioni di deviazione e comunicazioni estese ai governi".
Qualora si attivasse una missione di deviazioni rimarrebbero tre distinte opzioni. "La tecnica più semplice è quella testata con la missione Dart", puntualizza Fast, ovvero "colpire l’asteroide con una sonda per deviarne leggermente l’orbita. Con anni di anticipo, basta una modifica minima per evitare l’impatto".
Seconda strategia è quella del 'trattore gravitazionale': "Consiste nel posizionare una massa vicino all’asteroide: con il tempo la gravità tra i due corpi può modificare quanto basta la traiettoria dell’asteroide".
L'ultima opzione è quella 'hollywoodiana': "Una detonazione nucleare nelle vicinanze dell’asteroide, non per distruggerlo – sarebbe pericoloso per i frammenti che si creerebbero – ma per vaporizzarne una parte e generare una spinta in direzione opposta", spiega ancora la responsabile del PDCO, "non esiste una soluzione unica: dipende dall’oggetto, dalla sua struttura e dal tempo a disposizione".