Uno sciopero in difesa del diritto di continuare a far danni

Prima di protestare, minacciando addirittura uno sciopero,
l’Associazione nazionale magistrati farebbe bene a riflettere bene sul
senso stesso delle lamentele che esibisce

Prima di protestare, minacciando addirittura uno sciopero, l’Associazione nazionale magistrati farebbe bene a riflettere bene sul senso stesso delle lamentele che esibisce. Una di queste, per esempio, stigmatizza il fatto che in virtù di una apposita normativa, i magistrati di prima nomina non possano essere subito assegnati al ruolo di pubblico ministero. Da questa disposizione, l’Anm fa derivare addirittura una sorta di pregiudiziale del governo e dell’intera maggioranza contro le Procure, per le quali, secondo questa interpretazione si vorrebbe giungere ad un autentico depotenziamento, evidentemente mirato a proteggere le malefatte di Berlusconi e dei suoi accoliti.
Ora, a parte la maliziosità strumentale di queste ultime osservazioni - avanzate da parecchi giornalisti di sinistra - e che lasciano il tempo che trovano (anche perché va detto una volta per tutte che questo tipo di ragionamento manifesta la sottile intolleranza che tappa la bocca ad ogni critico), c’è da notare che le cose stanno esattamente all’opposto di come sostenuto dalla Anm.
Infatti, per i magistrati di prima nomina, la situazione è la medesima di quella dei chirurghi appena giunti presso il primo ospedale della loro carriera o degli ingegneri all’atto di firmare il loro primo progetto di un ponte sospeso nell’aria: e non si vede perché dovrebbe essere diversa.
Quale persona di buon senso, infatti, spedirebbe un chirurgo fresco di laurea e di specializzazione ad operare al cuore qualcuno in un ospedale o in un pronto soccorso di prima linea, da solo e senza alcuna esperienza sul campo?
Solo un esaltato potrebbe farlo, immaginando, ma sbagliando di grosso, di poter mettere sullo stesso piano quel giovane chirurgo ed uno invece che abbia prima maturato un minimo di necessaria esperienza nella pratica di ogni giorno. Egualmente può dirsi per l’ingegnere o per qualunque altra professione che importi una qualche proporzione di rischio per un essere umano.
È allora del tutto evidente che un giovane magistrato di prima nomina - con un’età che mediamente oscilla fra i ventiquattro e i ventisette anni - se inviato, come purtroppo è accaduto per troppo tempo, a far da solo quale pubblico ministero, apre due gravi ed irrisolvibili problemi .
Il primo è che, pur avendo nelle mani la vita stessa delle persone sottoposte alla sua giurisdizione, egli non ha né può avere le necessarie esperienza e prudenza che invece occorrono.
Ecco perché nessun giovane può occupare quel delicato ruolo che, fra tutti quelli della magistratura, è certamente il più incisivo sulla realtà umana e sociale.
Né si dica che l’operato dei pubblici ministeri trova un controllo nel giudice delle indagini preliminari: è ben noto quanto, invece, questo controllo sia inefficace e spesso addirittura inesistente, tanto che da anni si discute di possibili riforme allo scopo di renderlo effettivo.
Il secondo problema sul quale occorre invece riflettere seriamente è relativo al ruolo dei capi degli uffici. Se insomma c’è bisogno di collocare i magistrati di prima nomina in ruoli diversi da quello del pubblico ministero - possibilmente in organi collegiali ove sia possibile fare esperienza - ciò significa anche che il procuratore capo non riesce in modo sufficiente a verificare cosa fanno i suoi sostituti. Ed è insomma paradossale che chi è sostituito (il capo) non basti, da solo, a controllare l’operato di chi lo sostituisce (i singoli pubblici ministeri): ciò sarebbe impensabile in un’azienda o in un circolo canottieri.
Ci pensi l’Associazione nazionale magistrati: e non dica che chi la pensa diversamente vuol favorire troppo i cittadini a scapito della magistratura.
Chi pensa così cade infatti in un corto circuito intellettuale: in realtà, come ben si capisce, chi tutela i cittadini tutela anche la magistratura e viceversa, chi tutela questa tutela anche quelli.
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