Se il Cavaliere dice che «Baarìa» è un grande film...

Carissimo Granzotto, riflettendo sui premi distribuiti alla Mostra del cinema di Venezia mi è sorto un forte dubbio: anche in quel settore ha giocato l’antiberlusconismo? Di Baarìa, il film di Tornatore, tutti dicevano un gran bene sostenendo che era grande cinema con una buona storia, ottimi attori e perfetta regia. Ma poi hanno assegnato il Leone d’oro a un film pacifista israeliano che non aveva le qualità di Baarìa. Non sarà che alla giuria non è andato giù che Baarìa è stato prodotto dalla Medusa e che la Medusa è di Silvio Berlusconi? E che, di conseguenza, anche se meritava il Leone non gli hanno assegnato nemmeno un premio di consolazione, come ad esempio per i migliori abiti di scena?

Molto s’è detto e molto scritto, caro Montella, sull’esclusione di «Baarìa» dal cospicuo monte premi del Festival di Venezia. Molto ha anche strillato, pur senza raggiungere i toni isterici di Michele Placido (che ancora la mena col Sessantotto, per dire quanto a corto di idee sia), Giuseppe Tornatore, campione di quel «chiagne e fotte» che è l’unica seria traccia ideologica degli intellettuali e degli artisti di sinistra. Il suo film sarebbe stato probabilmente insignito del Leone d’oro (anche perché a detta di tutti, del presidente della giuria Ang Lee in particolare, meritevole di quel premio) se Berlusconi non l’avesse pubblicamene apprezzato. Così facendo ha non solo indirettamente ricordato al consesso civile d’essere il produttore di quel film, ma con i suoi apprezzamenti lo ha «mascariato» agli occhi dei sinceri democratici. I quali, come ben sappiamo, ottenebrati, resi scemi dall’odio, giudicano deprecabile tutto ciò che il Cavaliere fa o pensa o dice. Tornatore s’è difeso come poteva, affermando che del suo film il Berlusca non aveva capito un tubo e dunque non bisognava dargli retta, ma oramai la frittata era fatta. Sappiamo che in sede di giuria Ang Lee si batté a favore di «Baarìa», ma conosciamo anche i nomi dei giurati e dunque non c’è da stupirsi se alcuni, sincerissimamente democraticissimi, si siano a loro volta battuti come iene per impedire che nonostante gli alti meriti civili, culturali e politici di Tornatore un film «berlusconiano» la spuntasse. Naturalmente spiace per Tornatore, regista a me poco simpatico e del quale non ho visto un solo film (anche se andrò a vedere «Baarìa»: lo ha raccomandato il Cavaliere e questo basti), ma gli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo qualche conticino hanno pur da pagarlo, sennò che martiri della libertà sono? Tutto gratis, pretendono? Non così, a mio parere, le cose sono andate per «Il grande sogno» di Michele Placido. Lì l’antiberlusconismo non c’entra: è per la sua sciatta ovvietà e la brodaglia di luoghi comuni che il film non è nemmeno stato preso in considerazione dai giurati. Ciò non toglie che anche Placido abbia dovuto pagare un tot, sotto forma di spernacchiamenti, per la sua militanza antiberlusconiana. Fossi stato però a Venezia, gli avrei comunque assegnato il mio «Premio Patacca Sahaf» per aver risposto alla giornalista che gli faceva notare l’incongruenza ideologica di farsi finanziare, lui, una roccia antiberlusconiana, da Papi: «Io non so chi sia Berlusconi». Ma dimmi tu! «Premio Patacca Sahaf», dunque; e per far buon peso ci aggiungo pure le fronde di quercia e la corona d’alloro.