SE LA CGIL VUOL SABOTARE LA RIPRESA

Quel vecchio reazionario di Guglielmo Epifani! Fu commedia, e commedia grassa, il suo saltellare dalla gioia per l’elezione di Barack Obama, l’uomo del «change», del cambiamento (epocale). Fuffa i suoi compiaciuti commenti a quel «voltar pagina» che compendia e ispira la politica della troika in lizza per la segreteria del Pd. Perché la verità è che all’uomo alla guida della Cgil la sola parola «cambiamento» mette le vertigini. E il semplice frusciare d’una pagina voltata fa venire il mal di testa. «Rilanciare il sindacato vecchia maniera», cioè anni Cinquanta, ecco cosa frulla nell’ampio spazio della testa di Epifani. E vi frulla proprio ora, nel momento esatto in cui la Bce, la banca europea, annuncia con sollievo che la recessione globale è a un punto di svolta e che la ripresa è prevista, dati alla mano, per il prossimo anno.

Stiamo finalmente uscendo da un crisi devastante, siamo come i migratori che dopo aver attraversato mari e tormente vedono finalmente all’orizzonte la terraferma e quel vecchio reazionario di Epifani cosa fa? Imbraccia la doppietta e si mette a sparare sui volatili esausti, privi anche della forza di scartare. Un gentiluomo in confronto a Giorgio Cremaschi, segretario della Fiom, la federazione sindacale dei metalmeccanici, che chiede alla Cgil di «sposare una linea di sabotaggio sindacale» che apra «una stagione di conflitti sociali ovunque e a tutti i livelli». Fossero tornati come per incanto i tempi delle vacche grasse o comunque bene in carne, le sparate demagogiche di Epifani e di Cremaschi avrebbero un senso, anche se limitato alla ricerca di «visibilità» di un sindacato che non accenna a voler uscire dalla camera di rianimazione. Di un sindacato di pensionati piuttosto che di lavoratori, di un sindacato che si fa immancabilmente scavalcare - e scalzare - dall’ultima delle sigle dell’autonomia. E dunque ridotto, per arteriosclerosi ideologica, a riproporre modelli di lotta in auge mezzo secolo fa, quando a Botteghe Oscure s’alzava un telefono, dai cancelli di Mirafiori partiva la squilla e tutti dietro.

Non solo, e questo è evidente, non sono più quei tempi, ma nemmeno le vacche grasse si intravvedono. La Bce si limita a dire che se ne sente il muggito, che quella che stiamo vivendo è una «fase di stabilizzazione» alla quale seguirà, si dà per certo, «una graduale ripresa». La nuttata è insomma passata, però permangono quei «bassi livelli di fiducia» che compromettono il virtuoso evolversi della congiuntura (creando, come se non bastasse, disoccupazione). Pertanto il mercato, insiste la Bce, deve tornare a confidare in se stesso: essendoci le prospettive che aprono all’ottimismo è venuto il momento di rimettere i remi in acqua. In questo clima, si può ben capire quale iniezione, quale siringone di fiducia rappresenti allora l’appello di Epifani per «rilanciare il sindacato vecchia maniera» o la richiesta di Cremaschi di «sposare una linea di sabotaggio sindacale». Dichiarazioni di guerra che la dicono lunga sulla freschezza di pensiero di una Cgil che regredisce fino a rispolverare il vecchio, suicida dogma così caro a Luciano Lama che i salari - e ora l’occupazione - siano una variabile indipendente dall’andamento economico. Espressione di un sindacalismo qualcosa di più che reazionario: giurassico.

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