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Se Mussi vuole impugnare il volante della Ricerca

Pietro Serra

Una delle tecniche di maggior successo adottate da Joseph Goebbels, ministro della propaganda di Hitler, ampiamente utilizzata anche dal regime comunista - due regimi che, guarda il caso, si prefiggevano il controllo assoluto della cultura e della scienza - è conosciuta come «argumentum ad nauseam». Consiste nel ripetere una bugia più e più volte fino a quando essa viene riconosciuta come verità. Secondo un’intervista rilasciata dal ministro per l’Università e la Ricerca Fabio Mussi (Ansa, 25-10-2006) tre sono le parole d’ordine che Egli intende seguire nel riordino degli enti di ricerca come il Consiglio Nazionale delle Ricerche e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn): sburocratizzare, democratizzare e depoliticizzare. Orbene il decreto fiscale recentemente approvato con voto di fiducia alla Camera prevede che «l’organizzazione interna degli enti pubblici di ricerca, il loro accorpamento, fusione o soppressione, siano regolati da uno o più regolamenti adottati dal Governo su proposta del ministro dell’Università e della Ricerca». Secondo tale legge i regolamenti sono emanati sentito il parere non vincolante delle competenti Commissioni parlamentari, da rendere entro 30 giorni dalla data di trasmissione, pena la loro nullità. La differenza con quanto attuato dall’ex ministro Moratti è sostanziale; il precedente Governo aveva richiesto per la ristrutturazione degli enti una delega legislativa, affidando all’autonomia degli enti di definire con propri regolamenti struttura ed attività. Mussi chiede di procedere con regolamento ministeriale, espropriando gli enti della loro autonomia. Secondo questo proposito lo stesso Parlamento viene a perdere le sue tradizionali funzioni normative in merito ad una parte assai consistente della ricerca e ad esercitare un ruolo del tutto marginale in questo settore. Se queste norme passeranno al Senato in futuro ogni ministro, e relativa corrente, al riparo dall’azione legislativa parlamentare, potrà strutturare, governare e dirigere l’attività scientifica delle istituzioni di alta cultura destabilizzandole e intaccando in modo irreparabile la libertà di ricerca. La legge specifica che tali norme si applicano solamente agli enti di carattere non strumentale, vigilati dal ministero per l’Università e la Ricerca. Essi, paradossalmente, sono quelli che perseguono attività di carattere e interesse generale per il Paese, che è interesse di tutti tutelare e proteggere dall’invadenza politica correntizia. Sono evidenti due grossolane contraddizioni: la prima è che è previsto che tali norme sono solamente applicabili agli enti vigilati dal Miur, e ciò per la contrarietà degli altri ministri del governo Prodi alla loro adozione per gli enti da essi vigilati (Istituto superiore di Sanità, Istituto della nutrizione), e ciò rappresenta un’implicita valutazione negativa dell’operato del ministro Mussi; la seconda che essi confliggono con i disposti della Costituzione «le istituzioni di alta cultura (alle quali il Cnr e altri enti vigilati quali l’Infn, appartengono), università e accademie, «hanno il diritto» di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato». Se i disposti voluti da Mussi verranno approvati anche dal Senato, si aprirà un lungo contenzioso presso il Tar, il Consiglio di Stato e la Consulta, con conseguenze assai negative (vedi il «caso Cognetti») per il ministro Mussi e lo stesso governo Prodi.
Risulta chiaro che la posta in gioco è alta poiché l’introduzione di tali norme se non decisamente contrastata - in primo luogo dai riformisti del governo, Fassino, Rutelli e Prodi in testa, purtroppo da sempre assenti su questa materia - apre al ministro Mussi la possibilità di intervenire con lo stesso metodo su altre istituzioni, ad esempio per modificare la «governance» delle università e delle accademie, e assumerne il controllo. Anche l’Infn che ha sempre goduto di un’amplissima autonomia ricadrà per la prima volta nella sua storia, sotto il controllo del partito del ministro di turno. E questa sarebbe la depoliticizzazione invocata dal ministro.

Delle due l’una o il ministro non si rende conto di dire una cosa e farne un’altra affermando da un lato di voler depoliticizzare gli enti di ricerca mentre dall’altro aumenta, in misura mai vista finora, il controllo partitico sugli enti, o la sua competenza è limitata, il che fa presagire gravi danni per le istituzioni culturali italiane sotto il profilo istituzionale, etico e scientifico. Prodi prenda atto che il suo ministro sta prendendo una strada antidemocratica, in contrasto con le tradizioni del nostro Paese, pericolosa per il suo governo.

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