Il segreto di Inzaghi «Un gol da volpe e uno da ballerino»

Non pensino i francesi di avergli fatto un gran complimento. «Due gol da volpe» hanno scritto, ammirati dall’“eterno“ Inzaghi, un modo elegante ma perfido per segnalare il suo stato anagrafico, 36 anni, che mal si coniuga con la prodigiosa freschezza fisica e mentale tradita nella notte di Marsiglia. «Un gol da volpe e uno da ballerino, con una spaccata formidabile» eccepisce l’interessato, stremato dalla fatica, ma sempre pronto nel rispondere ad amici (Kakà), colleghi (Gilardino, Pazzini), vecchi allenatori (Ancelotti), che gli intasano la casella con messaggini nel giro di qualche ora. «E pensare che erano due mesi che non giocavo una partita intera» la riflessione di Inzaghi a bassa voce, come gli succede quando si accendono le luci della ribalta e dei suoi prodigi si occupano tutti, proprio tutti, tv e giornali, italiani e stranieri, finiti qualche giorno prima nel suo personale mirino, non per una critica eccessiva, macchè, ma solo per averlo trascurato, avergli preferito Borriello o Huntelaar, nei notiziari provenienti da Milanello. «La verità è che abbiamo giocato da squadra. Ho respirato un clima positivo, nello spogliatoio, durante il riscaldamento» gli altri dettagli passati dal Pippo universale, a un solo gol dal record di Muller, sale a 308 la collezione complessiva in carriera, da professionista. Numeri stratosferici, viene da chiosare.
Due gol, da volpe o no, che pongono un quesito semplice semplice: scusi, caro Inzaghi, ma come ha fatto? Già, uno che ha 36 anni, e non gioca da due mesi, non riscuote molto credito tra i sofisti, come fa a svaligiare, nella notte di Marsiglia, il Velodrome, senza che Didier Deschamps possa obiettare qualcosa, anzi riconoscendo «la lezione di realismo» ricevuta dal Milan? «Non ho fatto solo gol, ho anche dribblato e qualcuno ha scritto che non riesco a dribblare neanche una sedia, ho anche dato un paio di pallette come si conviene a Pato» è la sua personale contabilità tesa a rinnovare la disputa con allenatori e critici, tutti concordi, nel sottolineare che lui, il Pippo universale, è legato al gol. Senza, resta al buio; con un sigillo in tasca, diventa un vero brigante dell’area e della partita. La spiegazione, o meglio, la risposta al quesito è altrettanto semplice. Inzaghi è capace di trasformare in energie positive tutti i tormenti e anche la rabbia per le esclusioni patite nel recentissimo passato. È stato sempre così Pippo: è il suo limite e la sua forza. Ancelotti lo lasciava fuori? E lui gli spediva sms. «Ricordati che solo con me puoi vincere una Champions», gli scrisse una notte, nell’attesa di dormire e di un posto da titolare in ritardo secondo le sue aspettative. Così con Leonardo. «Ma come fa a escludere uno che ha fatto 116 gol col Milan?» chiese un cronista al tecnico appena investito dall’alluvione del derby e perciò nell’occhio del ciclone. Dentro Huntelaar e fuori Inzaghi a Livorno: sui giornali neanche un lamento ma dietro le quinte Pippo mastica amaro. E nel frattempo si carica a pallettoni in vista di Marsiglia dove segna, si volta e corre dritto verso Leonardo, per abbracciarlo e magari soffiargli in un orecchio, «visto che succede se gioco io?».