Il Senatùr e la sindrome da accerchiamento

Roma - «Con Silvio va tutto benissimo, ma gli altri ci stanno accerchiando». La sintesi con i suoi colonnelli Umberto Bossi la fa quando in quel di Ponte di Legno è ormai sera. L’appuntamento di Ferragosto, d’altra parta, per il Senatùr è sempre stato il momento per far bilanci e lanciare la strategia d’autunno. Una campagna, quella della Lega, che si preannuncia più dura del previsto, complici non solo le regionali del prossimo anno - che impongono di decidere candidature e alleanze entro ottobre - ma anche la sindrome da assedio di Bossi e dei vertici del Carroccio.

Già, perché dopo che è esplosa la querelle sul Partito del Sud - seppure per ragioni che non hanno troppo a che fare con la Lega - la questione Carroccio è diventata argomento di dibattito. Tanto che pure uno prudente come Raffaele Fitto - la scorsa estate l’ha passata a frenare gli entusiasmi di Roberto Calderoli sul federalismo fiscale senza mai alzare la voce - ha deciso di uscire allo scoperto. Sulle prime il Senatùr si è limitato ad affondare il colpo solo sull’Afghanistan, auspicando il ritiro del contingente italiano tra l’imbarazzo degli alleati e della Farnesina. Poi, come è sempre accaduto con Bossi, ha mandato avanti i suoi tra precisazioni e correzioni in corsa. Il caso di scuola è quello dell’insegnamento del dialetto, derubricato un mese fa da tutta la Lega come un grande fraintendimento dei giornali e rilanciato ieri dal Senatùr con tanto di annunciata proposta di legge. Il Cavaliere media pazientemente («Umberto parla ai suoi», ripeteva ancora ieri) ma nel Pdl ormai scalpitano tutti. Perché, spiega un ministro vicino a Berlusconi, «se andiamo avanti così prima “costringiamo” l’Udc ad andare dall’altra parte e poi perdiamo le regionali in tutto il Sud». Così, non è un caso che oltre alle inevitabili frizioni che accompagnano il tira e molla sulle candidature dei governatori di Lombardia e Veneto si sia aperto il fronte dell’alleanza con l’Udc. Che tutto il Pdl ritiene «decisivo» per vincere la partita delle regionali ed evitare di innescare pericolose micce per il governo nel caso di un arretramento del centrodestra. E su questa falsa riga, seppure con una prospettiva di più lungo periodo, gioca anche Gianfranco Fini. Che - spesso spalleggiato dalla sua fondazione, FareFuturo - non perde occasione per dire la sua alla Lega. L’ha fatto nel giorno in cui è entrato in vigore il reato di immigrazione clandestina, scatenando le ire del Carroccio. Ed ha affondato il colpo qualche giorno fa, quando il finiano Fabio Granata ha presentato con il Pd una proposta bipartisan per rendere più rapidi i tempi per acquisire la cittadinanza italiana. La chiosa di Roberto Calderoli è eloquente: «Questi sono fuori di melone...». E per «questi» s’intendono proprio Fini e compagni.

Così, dopo gli stemmi regionali in Costituzione e l’affondo sull’inno di Mameli, Bossi lancia la proposta di legge per introdurre lo studio del dialetto a scuola, risposta leghista al pdl di Granata sulla cittadinanza. Non tanto nell’ottica della corsa alle regionali - Roberto Formigoni in Lombardia resta blindatissimo, mentre Giancarlo Galan in Veneto sembra per il momento reggere l’assalto - quanto per evitare che la riapertura del Parlamento a settembre sancisca una perdita di terreno del Carroccio rispetto alla maggioranza. Evitare, insomma, «l’accerchiamento».

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