Serialità

Arriva The Crowded Room: Tom Holland in una storia (vera) sul disturbo dell’identità

Una serie difficile per il giovane Tom Holland. Tra cronaca e fiction arriva in streaming su AppleTV+ una storia criminosa in una New York di fine anni '70

Arriva The Crowded Room: Tom Holland in una storia (vera) sul disturbo dell’identità
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Che sia un film o una serie tv, non è facile approcciarsi al tema delle malattie mentali. Sono argomenti molto delicati che devono essere trattati con tatto e, soprattutto, con cognizione di causa proprio per evitare di urtare la sensibilità di chi combatte contro questo stigma che, ancora oggi, viene guardato dai più con una certa diffidenza. Aprire una parentesi su questo "mondo" è cosa buona e giusta, come far presente che il problema c’è e che va affrontato in tutti i modi possibili. Miscelando la pura fiction e un fatto di cronaca nerissima, è The Crowded Room che entra a gamba tesa nell’universo delle malattie mentali. La nuova serie tv di AppleTv+, disponibile in streaming con i primi 3 episodi dal 9 giugno, propone uno sguardo netto e sincero su questa "piaga", raccontando la storia di un giovane costretto ad affrontare i suoi stessi demoni pur di ritrovare la luce. Una serie non facile da digerire quella che è stata promossa dal nuovo colosso dello streaming, non solo per il tema difficile a cui si approccia, ma proprio perché la release finale non supera le aspettative – piuttosto alte – di pubblico e critica.

Tom Holland è il protagonista di The Crowded Room, alle prese con una vicenda molto più grande di lui. Amanda Seyfried, vista di recente in The Dropout su Disney+, è una psicologa che cerca di mettere insieme i tasselli del puzzle e muoversi nella mente confusa di Danny. Alle loro spalle c’è una New York sporca e poco ospitale di fine anni ’70, ben lontana dall’immagine che oggi abbiamo imparato a conoscere e lontana da quella gentrificazione che ha dato lustro a una città che non dorme mai. Di questa serie sono ottime le premesse iniziali, ma non è tutto oro quello che luccica.

Nei meandri della follia umana

Dopo una sparatoria avvenuta a Rockefeller Center in orario di punta, Danny Sullivan viene arrestato come unico indiziato per il crimine commesso. Siamo a New York, è il 1979, e la città è in pieno fermento politico e culturale. Il giovane, una volta interrogato dalla polizia, viene a sua volta interrogato da una promettente psicologa che cerca di costruire il puzzle che Danny non vuole o, semplicemente, non ha la forza di costruire e di mostrare per la sua incolumità. Così, in gioco di flashback tra passato e presente, il ragazzo comincia a raccontare la sua ascesa nel mondo della criminalità, facendo partire la narrazione da quando era uno studente di un anonimo liceo. Fin dalle prime battute, però, si intuisce che la vita di Danny non è stata affatto facile. Figlio di una madre assente e legato a un patrigno violento, la psicologa capisce che dentro la mentre di Danny c’è un buco nero, che è colmato da un gravissimo disturbo dell’identità. Un colpo scena lo porterà a una rivelazione che cambierà per sempre la sua vita.

Una storia d’impatto ma che non ha ritmo

I tre episodi di The Crowded Room regalano un ampio spettro di indagine anche se, pure in questo caso, non sono sufficienti per avere una visione d’insieme degli eventi e della narrazione. Di una cosa siamo certi: a essere premiata è la voglia di osare e di raccontare qualcosa di nuovo in un mondo in cui c’è poca sperimentazione. La storia di Danny è di grande impatto, infatti a colpire è l’approccio con cui la serie tv cerca di muoversi tra le maglie del racconto. Un “semplice” atto criminale fa emergere un quadro ben più ampio e si intuisce come sarà sempre più difficile distinguere la verità e le bugie di un ragazzo che vuole solo salvare se stesso. La bellezza di The Crowded Room, però, si esaurisce molto presto. A un racconto così denso di avvenimenti, che miscela il thriller psicologico al drama di formazione, è il ritmo della narrazione che influisce molto sulla potenza "visiva" della storia. Lo svolgimento, infatti, è così lento e didascalico che il primo episodio – come i restanti due – scorrono con una tale svogliatezza che per il pubblico è impossibile restare coinvolti dalla storia che, dati alla mano, non implode mai. Resta in un limbo, legata a uno schema che impedisce al racconto di mostrare le sue vere capacità.

New York prima della "grande" rinascita

Nonostante ciò, The Crowded Room colpisce nel segno per la sua regia e per aver regalato un’immagine di New York ben lontana dal volto che oggi abbiamo imparato a conoscere. Sono gli anni ’70, e il sogno americano già comincia a scricchiolare, gli spettri della guerra in Vietnam sono ancora ben visibili, e tutta la società è sulle sponde di un dirupo pronta a saltare. Sono anni febbrili, però. Anni in cui la metropoli stava per conoscere le sue vere potenzialità e in cui si guardava con speranza al decennio che si aveva di fronte. Gli anni ’70, infatti, hanno rappresentato un punto di svolta per la cultura consumistica del Nord America. Era il periodo in cui le stesse amministrazioni territoriali cominciano a ripulire le strade dai viandanti, dallo spaccio di droga e di prostituzione, proponendo una vera e propria gentrificazione del contesto economico e sociale. Una rinascita che si è concretizzata solo nel decennio successivo, nonostante l’epidemia di HIV, ma i cui echi si sono ascoltati già al calare di un periodo denso di cambiamenti. E la serie parte proprio da questo punto: dalla voglia di rinascere.

Lo "Spiderman di quartiere" in un ruolo molto difficile

Alla produzione c’è lo stesso Tom Holland che, per la prima volta, come attore debutta in una serie tv. Conosciuto principalmente per essere il genuino Spiderman dei film Marvel, il giovane fin da subito ha cercato di esplorare nuove strade e di non fermarsi al primo ruolo ottenuto. Infatti, a film commerciali ha unito anche diversi lavori molto impegnati, con storie fuori dal comune che hanno fatto brillare le sue doti di attore. Doti che splendono, per l’appunto, in The Crowded Room. Il giovane Tom, con forza e caparbietà, riesce a regalare voce e spirito a un personaggio complesso, attanagliato da un malessere che ha inibito la sua psiche e condizionato la sua vita esistenza. Holland, senza sbavature, si è cimentato in un ruolo difficile che nessuno avrebbe potuto far brillare in questo modo.

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Dietro la fiction c’è una terribile storia vera

Creata da Akiva Goldsman, la serie di AppleTv+ non è un prodotto di mera finzione. È parzialmente basata sulla vita di Billy Milligan, ed è ispirato al libro di Daniel Keyes, del 1981, intitolato The Minds of Billy Milligan. Diversi aspetti della sua storia sono stati incorporati nello show ma sono presentati attraverso una lente immaginaria. Billy Milligan, nella realtà, è venuto alla ribalta nel 1977 dopo che era stato arrestato a causa di stupri seriali e rapine nell'area dell'Ohio State University. È stato accusato di rapimento, stupro e rapina di tre donne, anche se non ricordava di aver commesso nessuno di quei crimini. Quando è stato analizzato da diversi psichiatri, è stato rivelato che Billy aveva un disturbo dissociativo dell'identità. Danny Sullivan di The Crowded Room è una variazione di Milligan. Anche lui mostra un disturbo dissociativo dell'identità, le cui diverse personalità si presentano ogni volta che ne ha bisogno.

Tom Holland che si vuole prendere una pausa dal set

Dicevamo, è stata una serie difficile per il giovane talento del cinema. Come è emerso da diverse interviste, Tom Holland vorrebbe prendersi una pausa di un anno dal lavoro per riprendere coscienza di se. "È stato un periodo duro, senza ombra di dubbio. Abbiamo esplorato alcune emozioni di cui, certo, io non avevo mai avuto alcuna esperienza prima. – rivela - Oltretutto, come ciliegina sulla torta, essere produttore significa anche scendere a patti con quel tipo di problemi giornalieri che ci sono su ogni set, e questo ha portato un livello extra di stress e pressione".

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