Sfida al medioevo islamico La giornalista coi jeans sceglie di finire in prigione

Le hanno evitato le frustate, ma è stata condannata lo stesso per «indecenza». Loubna Ahmed al Hussein non girava nuda per Khartoum, la capitale sudanese, ma festeggiava in un ristorante con delle amiche indossando dei casti pantaloni verdini. Orrore: per i retrogradi dell’islam merita una punizione esemplare. E alla fine i rappresentanti dell’oscurantismo medioevale che da tempo copre come una cappa il Sudan, la loro vittoria l’hanno avuta. Ieri la vedova quarantenne musulmana, che aveva osato indossare i pantaloni in pubblico, è stata condannata a pagare una multa di 300 euro. Si badi bene per colpa dello stesso famigerato articolo 152 del codice penale sudanese che prevede la pena di 40 frustate. Oppure una multa, che se non viene saldata si trasforma in un mese dietro le sbarre.
Ma Loubna, che secondo il suo avvocato difensore è finita in carcere poche ore dopo il verdetto, non si è persa d’animo è ha lanciato la sua sfida: «Non pagherò. Piuttosto vado in prigione», ha dichiarato dopo la sentenza dei giudici sudanesi. Le rigorose autorità islamiche di Khartoum l’hanno presa in parola: ieri sera sarebbe stata prelevata dalla polizia e portata dietro le sbarre. La condanna è l’ultimo definitivo segnale di una discesa del Paese verso un’applicazione sempre più occhiuta della sharia, la legge islamica. Uno sviluppo frutto delle tormentate vicende degli ultimi anni. Il paese è diviso fra un nord arabo-islamico e un sud africano e cristiano, che si sono scannati in una lunga guerra civile. «L’hanno condannata, ma siamo di fronte ad una violazione della costituzione, dei diritti delle donne e dell’accordo di pace», ha dichiarato Yasser Arman, un funzionario governativo ed ex membro del Movimento di liberazione nazionale del Suda, movimento guerrigliero del sud. Poche speranze che la sua voce sia ascoltata in un Paese in cui addirittura il presidente, Omar al Bashir, è stato oggetto di una mandato di cattura da parte della Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità compiuti nel Darfur. E il peggio è che la comunità internazionale non sembra aver trovato, come al solito, la capacità di affrontare il problema, quello di una Paese che sta affondando nel medioevo, con efficacia. Così da una parte la Corte internazionale mette sotto accusa al Bashir, mentre le Nazioni Unite continuano a considerarlo un interlocutore. L’ultimo a visitarlo e a stringergli la mano, pochi giorni fa, è stato Romano Prodi, che viaggiava su un aereo direttamente fornito dal segretario Ban Ki Moon
Di questa situazione Loubna l’ultima battagliera vittima. Il 3 luglio era stata sorpresa in «flagranza di reato» in un ristorante di Khartoum con 12 altre donne. Ben 10 hanno ammesso la grave colpa di indossare abiti «indecenti», ovvero normali pantaloni, e si sono beccate le frustate. Lei , invece, ha dato battaglia sfidando il sistema islamico e si è presentata alla prima udienza con gli stessi pantaloni verdi, corpo del reato. Quando l’hanno arrestata lavorava per le agenzie delle Nazioni Unite in Sudan. L’Onu le aveva fatto presente che godeva di una sorta di immunità legale. Lei si è dimessa perché voleva venir processata per dimostrare al mondo l’assurdità del codice penale islamico. Obiettivo raggiunto: Loubna è diventata in un paio di mesi l’eroina dei diritti delle donne in mezzo mondo. Ieri in tribunale l’ha accolta un gruppo di donne sudanesi stufe delle vessazioni in nome della morale islamica, che gridavano il suo nome. In piazza c’erano anche i duri e puri dell’islam che la insultava bollandola come prostituta e invocavando una condanna esemplare . Alla fine è intervenuta la polizia a colpi di manganello, che ha disperso i facinorosi e fermato, guarda caso, solo le donne.

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