Quella sinistra sovranista che guida Copenaghen

La premier chiude le porte ai "non occidentali": no all'accordo di Malta, quote e rimpatri forzati

Quella sinistra sovranista che guida Copenaghen

Che fosse un tipo tosto lo si era capito sin dagli esordi. Nell'agosto 2019, appena nominata primo ministro, Mette Frederiksen rispose picche a Donald Trump e alla sua proposta d'acquisto della Groenlandia tutt'oggi regione autonoma della Danimarca , scatenando così un incidente diplomatico inusuale per il piccolo regno. Appellandosi all'orgoglio nazionale, la signora dichiarò di sperare che il presidente «non dicesse sul serio, poiché l'isola non è in vendita» e Trump stizzito annullò la sua imminente visita di Stato a Copenhagen. Da allora la marcia «sovranista» della quarantatreenne premier socialdemocratica non si è fermata. Dentro e fuori dei confini nazionali.

Da subito la Frederiksen ha fissato le coordinate del suo mandato ponendo in continuità (ma con un taglio ancor più netto) con le politiche del precedente governo di centrodestra il problema dell'immigrazione al centro della sua azione ministeriale. Un calcolo azzardato ma necessario. Per difendere il modello sociale danese, in buona parte frutto delle riforme socialdemocratiche, è necessario porre un argine agli arrivi e ridurre la presenza, sempre più sgradita dagli elettori, di «non occidentali» (una definizione gentile per inquadrare una massa di quasi 360mila su una popolazione totale di 5,8 milioni di abitanti: circa il 6%). Per la signora «il prezzo della globalizzazione incontrollata e dell'immigrazione massiccia viene pagato dalle classi popolari», dunque dobbiamo «assicurarci che non troppe persone vengano nel nostro Paese, altrimenti la nostra coesione sociale non può resistere. È già minacciata». Parole chiare a cui sono seguiti presto i fatti. Un mese dopo la baruffa con Trump, la premier annunciava che la Danimarca non avrebbe mai sottoscritto l'accordo di Malta sulla ripartizione dei migranti.

Assestato un bel schiaffone a Bruxelles (e a Roma), la bionda premier ha iniziato a mettere ordine in casa propria. Man mano che la crisi pandemica si affievoliva e l'economia riprendeva vigore, il governo ha varato una serie di stringenti misure. Primo passo: lo scorso febbraio è stata presenta una legge che imporrà ai religiosi d'ogni fede di predicare unicamente in danese. Paradossalmente hanno protestato solo le varie chiese mentre gli islamici hanno preferito mantenere un profilo basso. Una posizione prudente che però non ha evitato il secondo passo, ovvero la «riqualificazione dei quartieri difficili», ovvero la chiusura dei ghetti etnici.

A marzo il ministro degli Interni Kaare Dybvad Bek ha previsto una severa revisione della legislazione sulla lotta alle «società parallele» attraverso l'istituzione di un target del 30% di residenti di origine «non occidentale» per ciascun quartiere del Paese. Secondo Dybvad, troppi stranieri in un'area «aumentano il rischio di nascita di società religiose e culturali parallele». Per la legge danese un quartiere è definito «difficile» quando oltre il 40% dei residenti sono disoccupati, più del 60% delle persone tra i 39 e i 50 anni è senza istruzione secondaria superiore, i tassi di criminalità sono tre volte superiori alla media nazionale e i residenti hanno un reddito lordo inferiore del 55% rispetto alla media regionale. Oggi 15 quartieri sono considerati «ghetti» e altri 25 «a rischio». Da qui, nuovi controlli e l'immediata riduzione di offerte di alloggi a canoni calmierati portata avanti da alcune associazioni di cui beneficiavano quasi solo i «non occidentali».

Conseguenza diretta i rimpatri forzati, il terzo passo. A fine aprile il Servizio per l'immigrazione ha comunicato a 380 rifugiati siriani (e altri presto seguiranno) che la vacanza è finita. Per Copenhagen, stufa di corrispondere 40mila euro all'anno a ogni richiedente, Damasco e i suoi dintorni sono «zone sicure». Un avvertimento per i tanti, troppi abusivi che hanno beneficiato negli anni dell'accoglienza umanitaria. Ma non è tutto. Anzi.

Quarto passo. Lo scorso 3 giugno il Parlamento ha approvato la nuova legge sull'immigrazione che ricalca il modello australiano: le domande di asilo saranno esaminate fuori dal territorio nazionale, in un «paese terzo» al momento Rwanda, Tunisia, Egitto ed Eritrea , il quale si farà carico di espellere i migranti che avranno ricevuto un rifiuto. La Danimarca è diventato così il primo paese continentale a prevedere l'esame delle richieste al di fuori dell'Europa e a bloccare completamente l'arrivo di migranti nel suo territorio. In più, la legge per ottenere la cittadinanza è stata ulteriormente indurita: i candidati devono avere la fedina penale immacolata, dimostrare un'autonomia finanziaria per gli otto anni precedenti la domanda e superare un esame scritto e orale di lingua e cultura danese.

A dirigere con mano ferma l'intricata questione, la Frederiksen ha scelto come ministro dell'Immigrazione un personaggio interessante, Mattias Tesfaye, 40 anni, esponente della diaspora etiope con un passato ultra sinistroso e un presente simil conservatore. Per Tesfaye il problema è l'immigrazione araba, soprattutto il turbolento segmento giovanile. «È un problema evidente, e la causa non è la nostra società ma le loro culture d'appartenenza». Dunque, nessun buonismo ma porte chiuse e rigore e ancora rigore.

Nonostante le critiche dell'Unione Europea e le scontate denunce delle varie associazioni, Mette prosegue nel suo cammino e ha deciso mettere un argine alla deriva nelle università del regno, pesantemente contagiate dalla «cancel culture» anglosassone.

Lo scorso 28 maggio il Parlamento ha votato una mozione in cui si richiede ai docenti di «non confondere la scienza con la politica» e di evitare ogni forma di «militantismo nella ricerca». Qualcuno, per cortesia, avvisi Enrico Letta e i suoi sodali.

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