«Il quarto giovedì di novembre - quest’anno lo scorso 27 - il popolo americano celebra il «thankgiving day», il giorno del ringraziamento. È una delle poche feste a stelle e strisce che non abbiamo copiato, a differenza ad esempio di Halloween. Dall’angolo di vista che è il confessionale posso dire: purtroppo! Nel 1621 un gruppo di Padri Pellegrini salpò dall’Inghilterra alla volta del Nuovo Mondo e sbarcò a Cape Cod (Massachusetts) in un inverno durissimo, salvandosi dal freddo e dalla fame grazie all’ospitalità della tribù indiana di Wampanoag. Chi non condivise gli aiuti morì. Tempo dopo fecero un grande banchetto insieme alla tribù indiana come ringraziamento. Il ricordo di questa solidarietà inclusiva (si direbbe oggi) nel 1863, durante la Guerra di Secessione, per volere del Presidente Abramo Lincoln, divenne festa nazionale. Il giorno del ringraziamento continua a rappresentare un momento di unione e condivisione. Il tacchino (normalmente di 5 kg almeno) sia per la grandezza che si presta a sfamare tanti a tavola, sia per il costo accessibile per la gente semplice diventa simbolo importante per il suo significato, tanto che dei 45 milioni che ogni anno ne vengono consumati, dal 1947 il Presidente degli Stati Uniti pubblicamente ne “grazia” uno che quindi non finirà in forno. Nelle
case si alternano tradizioni antiche e nuove. Si ritiene importante riunirsi in famiglia, anche affrontando lunghi viaggi.
Tutti collaborano al banchetto portando qualcosa oppure cucinando insieme. Poi si gioca insieme. In questo assomiglia molto ai nostri pranzi di Natale. L’aspetto più particolare però è quello che originariamente era la preghiera di benedizione del cibo, rimasto oggi anche come momento laico: prima di iniziare il pranzo, si fa un giro di tavolo e ciascuno condivide ciò per cui si sente grato. Un gesto semplice, spesso commovente, che riporta ai valori essenziali. Questo aspetto è una peculiarità della confessione che è andata persa. In antichità non c’era solo la lista dei peccati, ma prima e innanzitutto si cominciava con il ringraziare. Veniva chiamata la confessio laudis, cioè la lode a Dio per il bello della vita. Solo dopo essere partiti dal positivo si passava alla confessio vitae guardando alle fragilità del quotidiano. Quanto sarebbe utile recuperare questa dimensione. Il “thankgiving day” oggi e il confessionale nell’antichità hanno in comune l’insegnare la filosofia del G.R.A.Z.I.E. perché non basta dirlo, ma bisogna renderlo azione e stile. G come GIOISCI di te stesso. È il grazie innanzitutto a se stessi. Grazie per quello che siamo, che abbiamo, che facciamo. Ringraziarsi aiuta anche a ridare valore al nostro impegno, ai nostri sacrifici, alla premura che doniamo spesso nel nascondimento. R come RENDITI CONTO degli altri. È il grazie a chi abbiamo accanto. È il principio della riconoscenza, cioè del “riconoscere” il valore degli altri e di averne bisogno. È l’umiltà di capire che non ce la facciamo da soli e che ognuno, a modo suo, comunque e nonostante tutto, è un
dono che ci completa e ci arricchisce. Dicendo grazie ad un’altra persona attribuiamo valore a quello che ha fatto così la incoraggiamo ad aiutarci ancora. Solo valorizzando le singole capacità si costruisce il bene comune. A come ACCOGLI la realtà. È il grazie agli eventi. Quante volte ci troviamo a dire: “Grazie! Non mi ero accorto”. La vita (per me Dio) offre tanti messaggi che noi ignoriamo. Insieme ci sono le lezioni dei traguardi che abbiamo raggiunto, ma anche degli errori compiuti, delle crisi superate, delle cadute da cui ci siamo rialzati, delle ferite che abbiamo cicatrizzato. Ogni esperienza insegna, rende più forti, più attenti. Z come ZITTISCI il negativo. È il grazie alle difficoltà. Dire grazie è un antidoto al lamento e alle pretese. È difendere il bene, sempre, e non tollerare il male mai. Dire grazie rende allergici alla mediocrità inquinante di pregiudizi affrettati, di pettegolezzi ingiusti, di frustrazioni impantananti, di delusione non digerite. I come IMPARA a notare il positivo. È il grazie come investimento. Nella nostra testa l’elenco delle cose negative e la lista delle cose da fare hanno sempre il sopravvento sulla “confessio laudis”.
Serve un’evoluzione dell’esame di coscienza: dai gesti sbagliati (i peccati) ai sorrisi (le grazie). Il bene non fa rumore e il rumore non fa bene. Il male è un’urgenza da affrontare, il bene è una priorità da scegliere. G.R.A.Z.I… infine… E come… E che Dio ce la mandi buona!