Ci sono incontri che ti cambiano la vita. Nel bene come nel male. A Tino Stefanini è successo nel 1969, quando aveva appena 17 anni ed era un ragazzo ribelle della Comasina. Un giorno, davanti al bar frequentato dai cattivi soggetti del quartiere, si ferma una Jaguar. Scendono in due. Lei è una sventola che non passa inosservata, lui un bel giovane con una massa di capelli biondi e gli occhi da gatto ridotti a due fessure. Pochi lo conoscono, ma è l’uomo che alcuni anni dopo diventerà il pericolo pubblico numero uno, il bandito per eccellenza, il re delle evasioni: Renato Vallanzasca.
Sta cercando un ragazzo della zona, un certo Massimo detto “Tasso”, e Tino lo conosce bene perché ha un anno più di lui e malgrado la giovane età fa già l’autista nelle rapine in banca. Si offre di andarlo a cercare e quando torna al bar, incassa il “grazie” di Vallanzasca. I due si ritrovano in carcere alcuni anni dopo e da quel momento Stefanini entra a far parte a tutti gli effetti della “banda della Comasina”, la gang che a metà degli anni Settanta ha terrorizzato Milano e la Lombardia con furti audaci, rapine rocambolesche, sequestri di persona e una raffica di omicidi legati soprattutto alla faida con il clan di Francis Turatello per il predominio in città.
Uscito di galera un paio d’anni fa dopo averne trascorsi quasi cinquanta dietro le sbarre, Stefanini ha deciso di raccontarsi (e di confessarsi) in un libro autobiografico appena uscito: La Comasina, Vallanzasca e io. Memorie di un bandito. Lo pubblica l’editore milanese Milieu, che da anni racconta storie e storiacce della criminalità italiana e straniera nella collana “Banditi senza tempo”.
«La banda Vallanzasca nasce per caso a metà degli anni Settanta», racconta Stefanini nell’autobiografia. «Noi eravamo quelli della Comasina, quelli più compatti, uno per tutti, tutti per uno, solidali, con le regole della vecchia ligera, pronti a essere pestati a sangue nelle camere di sicurezza dalle forze dell’ordine senza proferire una parola.
Non c’era posto per i deboli, chi se la cantava era destinato a sparire, gli infami non facevano parte del nostro quartiere».
Scrive il giornalista Gabriele Moroni nella prefazione: «Con Renato Vallanzasca e Osvaldo “Cico” Monopoli, Stefanini è l’ultimo superstite della banda che fra gli anni Settanta e Ottanta imperversò a Milano e non solo, espressione, quintessenza e simbolo del banditismo in salsa meneghina.
Classe 1952, alle spalle un omicidio e decine di rapine, il tutto inframezzato da due evasioni, una esistenza buttata in quasi mezzo secolo di girovagare fra una quarantina di patrie galere e oggi, alle soglie della vecchiaia, tenacemente recuperata e strenuamente difesa, da uomo del tutto libero, Tino Stefanini si racconta in questo libro. Lo fa senza compiacimenti né autocommiserazioni, senza accampare giustificazioni né cercare scusanti».
Senza l’incontro casuale al bar con Vallanzasca, sarebbe cambiato qualcosa nella sua vita? Stefanini abbozza, non è abituato a dare la colpa ad altri e a rifuggire le proprie responsabilità. Del resto, anche prima di entrare nella “banda della Comasina”, l’autore aveva già intrapreso la strada del crimine in tutta autonomia: arrestato a sedici anni per furto di jeans, Stefanini si è fatto le ossa con gli amici del quartiere specializzandosi nel furto d’auto («aprivamo le Fiat 500 con i “classici spadini”, cioè le chiavette attaccate alle scatolette della carne in scatola») e in estate nei colpi in trasferta: «Passavamo le giornate andando su e giù per la spiaggia tra Rimini e Riccione, dedicandoci ai furti di macchine fotografiche, cineprese, borse e quant’altro capitava, che gli sprovveduti turisti lasciavano incustoditi sotto gli ombrelloni.
Alla sera, il nostro giro era dedicato alle auto posteggiate fuori dalle molteplici sale da ballo, rubando radio, stereo, sigarette e tutto ciò che poteva tornarci utile».
In quel periodo Stefanini entra ed esce di cella e conosce tutto il sottobosco criminale milanese, a cominciare da Luciano Lutring, il “solista del mitra”, incontrato in carcere; e da Angelo Epaminonda, non ancora diventato il “re” delle bische clandestine: «Vendeva sigarette di contrabbando fuori dal bar Commercio», ricorda l’autore. «A quei tempi non era ancora nessuno, poi si aggregò a Francis Turatello e costruì un impero nel mondo criminale, terminando la sua carriera da “pentito”». Lui, invece, non si è mai pentito: «È una parola che non mi piace, ci si pente in chiesa e non mandando gente in galera per salvare se stessi». Ma se tornasse indietro non rifarebbe le stesse scelte: «Andrei pure nelle scuole a spiegare che non è mica vita. Ho passato più tempo dietro le sbarre che fuori, ho tanti rimpianti legati alla famiglia, a vacanze che non ho avuto mai».
Della vecchia banda sono rimasti vivi solo in tre: lui, Monopoli e il “bel Renè”, l’unico ancora detenuto, sia pure in una Rsa perché malato di Alzheimer.