Mattel torna alla carica con la sua ultima trovata “inclusiva”: una Barbie autistica, confezionata con ogni dettaglio studiato al millimetro per intercettare il nuovo mercato delle sensibilità. Più che un’operazione culturale, a molti sembra l’ennesima corsa all’oro dell’inclusività, complice la consulenza dell’Autistic Self Advocacy Network, coinvolto nella progettazione del prodotto.
La bambola arriva con tutto il necessario per rappresentare il mondo neurodivergente: lo sguardo laterale, lo spinner, le cuffie antirumore, perfino un tablet per comunicare. A tutto ciò si aggiungono articolazioni utili allo “stimming”, dal battito delle mani ad altri gesti ripetitivi. Tra i primi a presentarsi davanti alla bambola c’è stata Ellie Middleton, autrice e content creator che ha ricevuto diagnosi di autismo e ADHD a 24 anni e ha fondato la community Unmasked. L’incontro, racconta lei stessa, è stato “molto emozionante” e spera che il giocattolo aiuti i più piccoli a “capire meglio l’autismo”.
Senza mettere in dubbio i buoni intenti – sia chiaro – ma deve essere una bambola a spiegare ai bambini un disturbo complesso? Anche perché questa nuova Barbie arriva dopo una lunga scia di prodotti “inclusivi”: la Barbie cieca, quella con sindrome di Down, la versione con diabete di tipo 1.
Secondo molti in rete, da tempo l’industria del giocattolo sembrerebbe scoprirsi missionaria di cause sociali purché siano compatibili con una nuova fascia di consumatori. Il rischio è sempre lo stesso: ridurre la complessità a un gadget, trasformare un’esperienza umana in un accessorio da scaffale e confondere l’educazione con l’operazione commerciale.