Soprintendenze, così (non) lavoriamo

Lettera di un'archeologa napoletana precaria: a Napoli gli impiegati (assunti) vivono così mentre noi lavoriamo con impegno e passione

Soprintendenze, così (non) lavoriamo

Sono un’archeologa napoletana che, come tanti altri, si barcamena tra contratti e contrattini stipulati ora dall’una ora dall’altra soprintendenza. Essendo noi archeologi, lavorativamente parlando, la nicchia nella nicchia, liberi professionisti il cui unico committente può essere lo Stato (non fosse altro perché quello di cui ci occupiamo è di sua proprietà) viviamo di questo precariato estremo dove nulla è riconosciuto (maternità, malattie, ferie ecc.). Dico di più, viviamo nel terrore che ci riconoscano qualcosa, perché ogni provvedimento che in questi anni è stato preso per tutelarci (più contributi da versare, soglie minime di stipendio, ecc.) si è immancabilmente tradotto in una maggiore difficoltà nel reperire il lavoro. Scrivo questa mia non per lamentarmi della nostra condizione ma, piuttosto, per invocare Brunetta affinché venga nelle nostre soprintendenze a vedere come il personale si prodiga nell’espletamento delle proprie mansioni.

La mattina, nonostante gli uffici dovrebbero aprire, secondo l’orario affisso, alle 8.30, prima delle 9.00 è meglio non presentarsi perché la signora delle pulizie sta finendo il giro ed è sempre un po’ in ritardo, anche perché passando si ferma ora dall’uno ora dall’altro a raccontare il suo vissuto o a raccogliere i pettegolezzi del giorno precedente.

Verso le 9.30 inizia il rito della colazione ordinata per telefono al bar vicino; forse qualcuno sta pensando a un caffè, ma si tratta di ben altro: cioccolata calda non troppo densa, caffè lungo in tazza fredda con zucchero di canna, caffè ristretto in bicchierino di plastica con zucchero raffinato, cornetto vuoto ma con spolverata di zucchero, cornetto alla marmellata ma senza zucchero, spremuta d’arancia, cappuccino senza cacao sopra, ecc. Non è un caso che la macchinetta automatica per il caffè sia stata rimossa dopo pochi mesi in quanto non si raggiungeva il numero di cialde minimo previsto. Mentre si attende il barista, che prenderà anche le ordinazioni per il pranzo, purché non si decida per le pizze, che sono sempre buone, un’impiegata mette il bollitore sul fuoco per chi gradisce il tè.

Dopo la colazione, che ha rinfrancato tutti, mentre gli impegnati si consacrano alla lettura del giornale, gli altri si dedicano alle loro attività preferite: c’è l’addetto alla biblioteca che mette la testa sulla scrivania e dorme per un’oretta; la signora tanto brava e gentile che, in mancanza di meglio, fa l’uncinetto; molti, semplicemente, fissano il vuoto; qualche volenteroso si dedica a studiare per il prossimo concorso interno; rari fanno il solitario al computer, ma solo perché ancora per tanti il computer resta un oggetto misterioso e poi internet, dove c’è quel sito specializzato in cui scegliere la nuova cuccia per il cane, è molto più divertente.

Va però detto che l’attività prediletta da tutti è la lamentazione, la quale ha per oggetto, pur nelle innumerevoli declinazioni del caso, un unico tema che qui sintetizzo: io faccio ciò che non mi spetta (mansionario alla mano) perché gli altri non fanno niente, ma ora basta mi metto anche io a non far niente e che vada tutto in malora. Inutile qui soffermarsi sulle profondissime colpe del sindacato che da troppo tempo è l’arma bianca con cui il personale impiegatizio di tutte le fasce, lettere, e sigle si sfida, di volta in volta, a singolar tenzone.

Le lunghe giornate di lavoro vengono poi rallegrate da feste e ricorrenze. Chi festeggia il compleanno o l’onomastico è buona norma che porti dolcini e avvisi tutti dei festeggiamenti; ma, i motivi di letizia non sono finiti: festeggia chi si trasferisce, chi va in pensione, chi ha avuto un figlio, ecc.

In mancanza di meglio ci si può sempre distrarre portando nuovi ospiti in ufficio, come il cane che, poveretto, non poteva restare solo in casa, o la nipotina di pochi mesi, condotta in trionfo nei corridoi dall’orgoglioso nonno.

Non si deve nascondere come il personale sia sollecito ad affrontare le emergenze, una tra tutte la comunicazione di questi giorni da parte dell’Eni che, a breve, verrà sospesa la fornitura del gas necessario per il riscaldamento e allora, come si può più fare il caffè? Ma uno degli impiegati prontamente rassicura la collega preoccupata, lui ha già trovato la soluzione: farà mettere una nuova macchinetta per il caffè con le cialde ma non nel corridoio bensì nel suo ufficio così potrà gestirla nel migliore dei modi.

Come poi tacere quanto funzionari e impiegati siano pronti, rigorosamente nell’orario di lavoro, non solo ad ascoltare pene d’amore e problemi personali ma anche a organizzare collette di beneficenza e altre opere caritatevoli.

In questo mare di inettitudine nuotano pochi volenterosi che con dedizione, ancora più encomiabile perché assolutamente non necessaria, fanno una cosa meravigliosa: lavorano. Arrivano la mattina si chiudono nell’ufficio e lavorano fino alla pausa pranzo e poi ricominciano fino alla fine dell’orario, sovente facendosi, loro sì, carico di ciò che gli altri non fanno. Questo gruppo di volontari del pubblico impiego è, devo dire, assolutamente trasversale; la dedizione al lavoro non dipende affatto dal ruolo che si ricopre, in quanto l’unico motore che spinga in un senso o nell’altro è la coscienza personale. Così, la direttrice della biblioteca si preoccupa di mettere a posto i volumi presi dagli studiosi o una addetta all’archivio disegni si fa carico che, periodicamente, si puliscano le sale e le vetrine del museo.

D’altra parte come potrebbe essere diversamente se nessuno controlla, se chi è preposto al controllo preferisce lasciar correre e, in ultima analisi, ammesso che si dimostri la mancanza non succederà assolutamente nulla?

Bisogna anche considerare che molti impiegati non fanno perché, saliti di ruolo attraverso concorsi e concorsini interni (a un certo punto, non si capisce perché, il custode deve poter accedere agli uffici), si sono trovati a ricoprire dei ruoli con mansioni che, semplicemente, non sono in grado di svolgere.

Mi rendo conto, a questo punto, che non avrei dovuto parlare in quanto noi contrattisti viviamo sul non far niente degli stipendiati, facendo ciò che loro non fanno, ma l’indignazione, merce rara di questi tempi, era giunta al culmine.

D’altra parte i nostri nuovi nemici, in questa guerra tra poveri provvisti di titolo di studio, sono i laureandi, i borsisti e gli stagisti che fanno, pressoché «a gratis», quello che, con basse ma sempre più decorose retribuzioni, faremmo noi professionisti. Inutile stupirsi, in questo tempo di pochi soldi: dovendo comunque stipendiare tanti nullafacenti meglio far fare almeno qualcuna delle tante cose che si dovrebbero a un neolaureato, tanto alla fine se sbaglierà non se ne accorgerà nessuno.

Nel firmare questo piccolo sfogo personale vi chiedo, qualora lo riterrete meritevole di essere pubblicato, di non riportare il mio nome, l’ostracismo sarebbe terribile, additata come il cane che ha morso la mano dell’amorevole padrone, verrei allontanata per ben più di dieci anni e le conseguenze per le mie già magre finanze sarebbero evidenti.

Lettera firmata

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