Spettacolare e vertiginoso: Muti "reinventa" Rossini

A Salisburgo il Maestro convince dirigendo Moïse et Pharaon. Il regista Flimm toglie alcune parti di balletto. E il pubblico fischia. Sul sipario sono state proiettate parole bibbliche. E il coro era tutto vestito di nero

Spettacolare e vertiginoso: Muti "reinventa" Rossini

Salisburgo - Si apre il sipario su Moïse et Pharaon, qui a Salisburgo, e ti prende lo sgomento: un altissimo cono ad assi lignee, senza colore, che si perde nell’alto della scena, ed un coro d’ebrei d’oggi o di ieri tutti in nero. Prima, nell’Ouverture, partita da suoni lenti e quasi spezzati, come se dalla materia volessero farsi faticosamente musica, l’intero spazio del vastissimo sipario era stato occupato da parole bibliche proiettate, invadenti e severe. Ti rincantucci e aspetti di venire assalito per tre ore dal peso d’una lezione senza godimento. E qualcosa di simile davvero ti succede; la scena priva della eloquenza estetica delle immagini, di Ferdinand Wögerbauer, non muterà più, continueranno a leggersi scritte didascaliche, qualche colore apparirà soltanto nei costumi delle donne quando saranno pronte a partire per la liberazione verso la Terra Promessa. Ma succede contemporaneamente anche qualcosa d’altro, più importante e inatteso. La vicenda della lotta fra Mosé che libera il suo popolo dalla schiavitù in Egitto, punendo gli egiziani con flagelli, ed alla fine ottiene da Dio che gli apra il Mar Rosso rinchiudendolo sugli inseguitori, è vissuta come meditazione ebraica intensa, coerente, rigorosa, dolorosamente vera.

Non è tanto un contrasto fra oppressori e vittime, fra splendori e miserie. Il mondo degli egiziani non è rappresentato, ma soltanto alluso: quando calano per prodigio le tenebre, la famiglia del faraone sta inquieta su poltrone come nell’attesa di una fatalità; il faraone non è un nemico perverso, ma un capo con cui non si riesce a cucire un’intesa; il contrastato amore altolocato tra un’ebrea e un egiziano s’impone proprio come fatto di passioni e doveri più che come un tabù. Le ore dello spettacolo rappresentano in sostanza un pellegrinaggio. Prima del mitico passaggio del Mar Rosso, una breccia aperta nell’enorme immutabile capannone a forma di interno di trullo, gli ebrei apriranno le valigie che hanno con sé - una per uno - e rovesceranno nell’immaginario mare la sabbia del tempo.
C’è una sorpresa. Rossini, quel Rossini che nel 1827 aveva sviluppato per Parigi il tema del Mosé in Egitto inventato per Napoli nove anni prima, rimpinzandolo di pagine corali, rielaborando ed aggiungendo pezzi, risponde alla grande. Diretto dal Maestro del melodramma classico Riccardo Muti, che ne coglie i colori, le trasparenze, i contrappunti nascostamente vertiginosi, appare sostanzioso non meno che se fosse Gluck, o Mozart, o Cherubini, suoi maestri ideali. Gli interpreti tradizionali che, anche per la traduzione italiana spesso adottata, lo legavano alla consuetudine con Verdi, portavano nella loro esecuzione qualcosa di spettacolare e di bonario. Ma qui si saldano il distacco cercato e la trepidazione timorosa del personaggio Rossini verso la storia con una visione musicale sovrana e luminosa quasi la potesse involontariamente redimere. Una ricchezza smisurata si riversa a rilanciare la proposta - forse la provocazione - del regista lasciando un segno musicale e drammaturgico di inconsueta potenza.

Sulla riuscita, il pubblico si divide: trionfale l’accoglienza per Muti, assai meno al regista Jürgen Flimm, con qualche segno di dissenso. Però questo spettacolo, con qualche ritocco nelle parti meno riuscite, per esempio la truce e pallida visualizzazione di quadri scenici che sostituisce le danze, potrebbe entusiasmare o almeno sollevare discussioni di alto livello in giro per l’Europa.

Certo, ci vorrebbe dovunque l’accanita bellezza musicale qui vissuta. Il Coro dell’Opera di Vienna, oltre che cantante è anche recitante e pensante. I Wiener Philharmoniker, stimolati, sono esaltanti. Ma è anche difficile immaginare una compagnia così perfettamente preparata e così espressiva. Ildar Abdrazakov, Moïse, ha la presenza e il piglio d’un dominatore della scena e la morbidezza d’un liederista. Nicola Alaimo ed Eric Cutler, Faraone e figlio, mostrano vocalità meno raccolte della tradizione rossiniana, ma adatte ad un’interpretazione parimenti fedele. Nino Surguladze, Sinaïde, emana fascino e istinto teatrale inconfondibili, ed è una grande sciccheria avere, come Eliseo e Maria, Juan Francisco Gatell e Barbara Di Castri. Marina Rebeka, la tormentata ebrea combattuta fra l’amato figlio del Faraone e il suo popolo, unisce fragranza e dolore indimenticabilmente. L’ho ascoltata con meraviglia; e l’ho ammirata anche all’uscita: attorniata da chi le faceva domande, ha risposto con semplicità: «Siamo tutti felici».

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