Cultura e Spettacoli

"American Selfie". I cellulari? Più pericolosi persino dei fucili

Alexandra Pelosi, figlia della politica Nancy, ritrae gli Usa tra smartphone e cervelli cotti

"American Selfie". I cellulari? Più pericolosi persino dei fucili

L'America è divisa come non mai, ripete un mantra diffuso. E a un passo dal risultato elettorale, con Trump e Biden che se le sono date di santa ragione su un tema divisivo per eccellenza, il Covid-19 e come affrontarlo, arriva un documentario senza filtri sulla situazione attuale del Paese più odiato e più amato al mondo. A firmare American Selfie, in onda sull'emittente Usa Showtime, è una regista che ha la politica nel sangue, ovvero Alexandra Pelosi, figlia della potente portavoce della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti Nancy, originaria abruzzese. Una donna di comando dalla parte dei democratici, questa, divenuta il bersaglio preferito degli iracondi tweet di The Donald e che però non influenza più di tanto la visione politica della figlia regista e produttrice (13 docufilm Hbo alle spalle), la cui attenzione, stavolta, si appunta sulle nefaste influenze degli smartphone. «È più pericoloso lo smartphone di un fucile» ripete Alexandra, assente dai social per scelta, eccezion fatta per TikTok, da lei pattugliato per sorvegliarne i contenuti: ha due figli adolescenti, provvisti di cellulare. E proprio tale piccolo device è uno dei protagonisti di American Selfie, che inizia con la scena in cui, a Chicago, nel settembre 2019, un gruppo di ragazzi scatta selfie al Millennium Park, di fronte alla famosa scultura Cloud Gate. I giovani cercano l'inquadratura perfetta, fregandosene del barbone che dorme ai piedi del «fagiolo» d'acciaio, anzi, provando a escluderlo dal clic per avere la cartolina perfetta. E già qui nasce una riflessione su quanto il consumismo alimenti la nostra indifferenza.

Telecamera in spalla, senza un team produttivo al fianco, la cinquantenne cineasta di San Francisco l'anno scorso ha intrapreso un viaggio attraverso l'America, raccogliendo le più disparate dichiarazioni di gente alle prese con il proprio smartphone. L'intento era quello di documentare 365 giorni di vita americana, facendo domande, qua e là, in stile diretto e naif. «Pensi che neri e bianchi abbiano le stesse opportunità, in America?» domanda la regista, voce fuori campo, a un uomo di colore che assiste al Super Bowl. «Stai scherzando, vero?» risponde questi, senza smettere di registrare lo spettacolo al cellulare. Anche se, cinematograficamente parlando, siamo abituati all'ammasso di quadri di vita Usa, più o meno caotici o significativi, stavolta c'è di mezzo la pandemia a far risaltare certi aspetti e il docufilm è già, di per sé, un selfie. Scattato nel corso di un anno tumultuoso, che ha cambiato per sempre la relazione dei consumer col telefonino.

Mettendosi on the road, la Pelosi non poteva sapere che un virus avrebbe ucciso oltre centomila americani. Né che una ragazza di 17 anni, Darnella Frazier, avrebbe filmato col suo cellulare l'uccisione di George Floyd su un marciapiede, ad opera della polizia. «Darnella ha usato il suo telefonino per dimostrare che siamo tutti fotografi e che noi tutti possiamo usare il cellulare per mostrare al mondo che cosa succede» riflette la Pelosi. La quale, subito dopo il filmato della morte di Floyd, riprende una fila interminabile a Manhattan, davanti al negozio Apple, dove tutti cercano di accaparrarsi il nuovo iPhone. È lo stesso giorno della marcia mondiale per il clima e, in fila, c'è una ragazza alla quale Alexandra chiede: «Andrai alla marcia?». «No. Non so che cosa pensare e non ho gli strumenti per farlo» replica lei, guardando il suo telefonino.

Senza giudicare, American Selfie allinea tableaux di un popolo frammentato e separato da muri che si chiamano razza, classe, genere e appartenenza politica. Un'America amara, fatta di mille piccoli comunitarismi. «Dove sono tutti quei cristiani che parlano di aiutare la gente?» implora una attivista di colore, vicino al ponte tra Messico e America, dove dormono i richiedenti asilo. E poi, gli spari ai grandi magazzini Walmart di El Paso, nel Black Friday di agosto 2019; le proteste anti-Trump; i cadaveri ammassati nel camion-refrigeratore, ad Harlem, a maggio, nella New York funestata dal Covid... Ne esce un mosaico privo di un'unica prospettiva: ognuno fa il suo selfie. «Adesso la gente sa quanto sia scisso il paese. Ma non è che, prima, fosse perfetto. Sento che tutti sono intossicati dai social media. La gente si arrabbia per quanto legge sui social, indipendentemente se sia vero o falso. Credo sia il momento più pericoloso per la civiltà americana. Un fucile puoi controllarlo, puoi premere il grilletto, oppure no. Ma l'iPhone controlla te. Esistono compagnie hi-tech che sparano pallottole alla tua salute mentale» riflette la Pelosi, identificando nello smartphone un propellente della scissione americana.

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