"Vi svelo il pensiero unico di sinistra..."

Pippo Franco, storico conduttore dei programmi tivù targati Bagaglino, ripercorre tutti i suoi successi professionali e ci offre un'analisi puntuale della satira moderna

Pippo Franco: "Vi svelo il pensiero unico di sinistra..."

"Non si decide di entrare nel mondo dello spettacolo, si è attratti da una creatività". Pippo Franco, conduttore dei tanti programmi tivù targati Bagaglino, la storica compagnia teatrale ideata da Pier Francesco Pingitore, si racconta in questa lunga intervista in cui ripercorre tutta la sua carriera artistica.

Quando e perché ha deciso di entrare nel mondo dello spettacolo?

"Ho cominciato facendo il pittore e, contemporaneamente, facevo il musicista. Studiavo al liceo artistico e la sera suonavo nei locali notturni, poi ho disegnato fumetti per tre anni e, infine, ho fatto il cantautore e l'attore. Fatalmente, quindi, sono entrato nel mondo dello spettacolo e ho anticipato il cabaret perché sia come cantautore sia come attore, mi rivolgevo al pubblico. Non ho deciso di entrare nel mondo dello spettacolo, ma ho cominciato a scrivere canzoni perché avevo delle cose da dire”.

A tal proposito, secondo lei, perché le sue canzoni satiriche degli anni '80 ebbero tanto successo?

“Non saprei dirle. Nella mia carriera ho fatto di tutto: cinema, televisione, teatro. Ho scritto commedie e canzoni, ho partecipato a Sanremo e ho venduto dischi. E, tutto ciò che ho fatto è stato ben accolto dal pubblico. Il motivo dipende dai contenuti. Sono un cantautore e, quindi, un artista. Non un cantante o, semplicemente, un attore”.

Quanto è stata dura la gavetta?

“Non è stata affatto dura. Sono sempre stato me stesso e ho sempre espresso ciò che avevo dentro. Rispondevo a due domande: chi sono? E, che cosa ho da dire? Non c'è stata una gavetta o un'attesa e, poi, il successo. Io ho cominciato da subito a fare delle cose, per esempio, insieme a Gabriella Ferri nei piccoli cabaret dove lavoravamo e abbiamo avuto subito successo. Non si può parlare di gavetta perché noi abbiamo subito fatto quello che avevamo in mente e quello è stato accolto bene dal pubblico. È il pubblico che decide se seguirti o meno”.

Perché ha deciso di usare Pippo Franco come pseudonimo?

“Perché mi chiamo Franco di nome e Pippo di cognome e, dato che quando andavo a scuola ci chiamavano sempre per cognome e Pippo corrisponde anche a un nome, tutti mi hanno sempre chiamato Pippo. Ed è così che sono diventato Pippo Franco. Mi chiamavano tutti Pippo e io non sono stato ogni volta a precisare che, in realtà, mi chiamo Franco. Ho accettato quel Pippo perché mi appartiene esattamente come Franco”.

Qual è il ricordo più bello che ha del Bagaglino?

“Non c'è un ricordo più bello. Abbiamo passato un'epoca in cui il Bagaglino era in una cantina ed era sconosciuto, ma abbiamo anticipato quel che venne definito cabaret. Poi, nel 1975, ci siamo trasferiti al Salone Margherita, ottenendo un grande successo con i nostri spettacoli. Tutto quel che facevamo era originale, sia la satira di costume sia la satira politica. Dopo abbiamo fatto 23 anni di televisione, metà con la Rai e metà con Mediaset, ottenendo un seguito di circa 14 milioni di spettatori”.

Le manca la televisione?

“No, non mi manca affatto. Anzi, vivo una vita molto piena e articolata, con una maturità che mi fa vedere la realtà oltre le apparenze e la televisione di oggi mi sembra estranea: è fatta di quiz e di cose che non hanno più contenuti. Tendenzialmente mi pare una tivù superficiale perché gli elementi dell'interpretazione del nostro tempo non sono nemmeno considerati”.

Perché il Bagaglino è stato spesso mal visto dalla critica e tacciato d'essere “di destra”?

“È stato tacciato di essere di destra perché non eravamo né di destra né di sinistra, mentre all'epoca c'era una satira politica di sinistra. Tutte le critiche che erano state fatte erano di quella tendenza, del pensiero unico. Viceversa, quello che conta per noi è il pubblico. Con 14 milioni di spettatori non ha alcun senso la definizione di destra o di sinistra. Non è mai stato un problema mio, io sono sempre stato libero e democratico e non ero di parte. Al liceo artistico ho studiato con Guttuso e, comunque, l'arte e l'ironia è al di fuori della politica, specie se non appoggi nessuno. Abbiamo lavorato in un'epoca in cui, se non eri di sinistra, eri di destra. Non è vero, noi eravamo soltanto totalmente liberi”.

Cosa pensa del politicamente corretto? Ucciderà la satira?

“Beh, la satira è l'esatto contrario del politicamente corretto. È fatta di sintesi, è una caricatura della realtà però, spesso, la caricatura della realtà ti mostra la realtà. Questo non lo abbiamo inventato noi, è così dai tempi di Petrolini. Il politicamente corretto è una forma d'espressione che va bene in Parlamento ma, nella realtà, nel rapporto col pubblico abbiamo sempre cercato di tirare fuori quelle realtà di cui solitamente non si parlava”.

Dopo il #metoo, secondo lei, come sarebbero visti gli spettacoli del Bagaglino e/o i film della commedia sexy all'italiana di cui è stato protagonista?

“Non ha senso paragonare l'epoca del 1970 ad oggi. Quei film, poi, non erano semplicemente commedie sexy, ma vanno viste come opere boccacesche in quanto Boccaccio era l'ispiratore ideale, soprattutto nel primo film che ho fatto. In seguito ho lavorato con Luigi Magni e ho fatto dei film con Billy Wilder e con Corbucci. C'è tutta una storia ed è bene guardarla tutta, non solo il punto di partenza che è stato di successo perché allora andava di moda. Io non sono solo quello”.

Qual è il film preferito in cui lei ha recitato?

“Ho fatto un film come regista che si chiama La gatta da pelare ed è quello che mi ha impegnato di più. Penso che rifarei volentieri una cosa di quel tipo”.

Qual è l'attrice e/o la soubrette con cui ha legato di più?

“Con tutte le soubrette e le attrici con cui ho lavorato, dalla Fenech a Pamela Prati o Valeria Marini, ho avuto un rapporto professionale di grande rispetto e di grande affetto professionale, ma mi sono trovato di fronte delle persone sempre diverse. Sono rimasto molto a loro da un punto di vista affettivo, anche se poi non le ho più riviste. È tutto indimenticabile, specie quando si fanno dei lavori in diretta e lì non ti puoi inventare nulla e arriva la verità assoluta. Con loro ho vissuto avventure diverse, tutte ugualmente diverse e che sono rimaste nel mio animo”.

Perché ha deciso di candidarsi al Comune di Roma?

“Perché Michetti, che conosco in quanto direttore di Radio Radio, mi ha chiesto di formare una lista civica e io ho accettato di farlo, anche se la politica non mi interessa. Mi interessa solo l'assessorato alla cultura. Non vorrei fare l'assessore, ma mi piacerebbe essere presente come consulente perché, avendo attraversato tutte le forme dell'arte, penso che potrei essere utile. Ma solo limitatamente all'assessorato alla cultura perché vorrei riportare Roma ad essere la Capitale del mondo dell'arte”.

Cosa risponde a chi ha ironizzato su questa sua candidatura?

“Non rispondo proprio. Non li seguo e non li leggo, non è un problema mio. Per me non esistono”.

Ha avuto paura del Covid?

“No, mi sono vaccinato. Sono sempre stato accorto e attento a seguire tutti i protocolli e ho rispettato tutte le regole del caso, non uscendo di casa durante il lockdown”.

Cosa pensa del green pass?

“Questa è una scelta tecnica e non le saprei dire. Io faccio l'artista e, una volta che mi sono vaccinato, poi il resto lo decide lo Stato. È un problema su cui non mi so esprimere perché non sono un politico in quanto tale. Oggi, tutti sanno tutto. Io, invece, aspetto che siano gli esperti a decidere”.

Che giudizio dà del governo Draghi?

“Non do giudizi perché, ribadisco, sono un artista e non parlo di politica. Il giudizio sul governo e per chi voto me li tengo per me e non ne parlo con nessuno”.

Che rapporto ha con la fede?

“Ho un rapporto totale, cioè mi identifico totalmente col divino. La penso come Benedetto XVI che, alla domanda su che cos'è la vita, risponde così: la vita è la conoscenza della tristezza, dell'amore e del divino. Io, senza il divino, non ho nessuna identità. A me interessa la mia anima e il rapporto con l'infinito e l'eternità”.

Il suo più grande rimpianto?

“Non ho rimpianti. Non vivo di nostalgie perché la vita è fatta di un continuo movimento e, soprattutto è fatta del 'qui ed ora'. Non saprei vivere di cose già vissute perché tutto ciò che ho fatto, l'ho abbandonato. Ora non dipingo, non scrivo canzoni e vado sempre avanti facendo altre cose. Non ho rimpianti, ma ho tanti bei ricordi che hanno costruito il 'qui ed ora', ma nulla ci separa dal bambino, dal fanciullo e dall'uomo che siamo stati da tutto il resto. Noi siamo un compendio di tutta questa realtà. Nulla ci separa dal bambino che siamo stati. I bambini sono felici e la felicità è la mia tendenza esistenziale”.

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