"Basta con la commedia. Ora porto al cinema la dura storia d'amore raccontata da Starnone"

Il regista parla del film "Lacci" che potrebbe andare a Cannes. La battaglia dei 100Autori

«Questa è la vita. Ma la vita è importante e, credo, che non si debba parlare solo di malattie e di morte ma anche, appunto, di vita e di passioni. Questo è il momento ideale per progettare il futuro». Con queste parole, che abbiamo deciso di utilizzare come esergo, si conclude invece l'intervista, rigorosamente telefonica, che abbiamo fatto a Daniele Luchetti, il regista romano, 60 anni a luglio, che da più di 30 porta avanti il suo cinema molto attento alla nostra storia, dall'esordio nel 1988 con «Domani accadrà» prodotto da Nanni Moretti a «Mio fratello è figlio unico» e al recente «Momenti di trascurabile felicità». In mezzo «La scuola», uno dei suoi film di maggiore successo che nel 1995 lo fece incontrare con lo scrittore Domenico Starnone. Ora ha un film pronto tratto proprio da un suo libro, «Lacci».

Come l'ha (ri)trovato 25 anni dopo?

«Come se non fossero passati neanche 5 minuti. Gli voglio molto bene. All'epoca, pur pensando che fosse un genio, non mi sentivo in soggezione. Mentre ora paradossalmente sì».

Che cosa l'ha attratta di più di «Lacci»?

«È un bellissimo romanzo, molto duro, con una storia di coppia senza sconti. Ne è uscito fuori un film che si prende sul serio e che non gioca con i sentimenti. Anzi cerca di scarnificarli e di esplorarli senza pietà».

È il suo primo film completamente drammatico?

«Diciamo che è il mio film di svolta in cui rinuncio completamente alla chiave della commedia grazie alla scrittura di Starnone ma anche alla collaborazione di Francesco Piccolo».

Chi sono gli interpreti?

«Alba Rohrwacher, Luigi Lo Cascio, Laura Morante, Giovanna Mezzogiorno, Silvio Orlando, Linda Caridi e Adriano Giannini».

Con alcuni di loro non ha mai lavorato.

«Alba ha esordito con me in Mio fratello è figlio unico, Silvio Orlando ha lavorato 30 anni fa nel mio secondo film "La settimana della Sfinge, con Laura Morante abbiamo avuto un rapporto tangenziale da quando ero aiuto regista di Nanni Moretti in Bianca. Con gli altri, sì, è la prima volta. Ho scelto questi attori perché mi sembravano nel pieno della loro maturità espressiva per cui potevano rinunciare all'arma dell'umorismo a favore di un registro unicamente drammatico».

Quando e dove vedremo «Lacci»?

«È un film a cui tengo moltissimo, credo che sia perfetto per i festival».

Che però per l'emergenza Coronavirus stanno tutti spostando le date. Per ora rimane confermato quello di Cannes a maggio a cui, si dice, il suo film potrebbe partecipare.

«Non ho idea se potrà o meno svolgersi. In caso negativo si potrebbe pensare anche a un festival straordinario su internet con le anteprime dei film a pagamento in diretta in tutto il mondo. Ma non so se ci sarà la volontà e la tecnologia».

Lei ha girato «Il portaborse», atto di accusa sulla corruzione di una classe politica prima di Mani Pulite. Come giudica quella attuale?

«Sono positivamente colpito, è una classe politica più lungimirante anche rispetto a paesi come il Regno Unito, dove vive mio figlio, che sembra non avere consapevolezza. Tra qualche mese vedremo chi ha avuto ragione».

A proposito di film in rete, com'è il suo rapporto con Netflix & Co.?

«In generale sono molto favorevole a quello che vada incontro ai desideri delle persone e non ne rinnega i comportamenti. Se ora vediamo molte cose on line non ci si può opporre. Dobbiamo salire su questa barca e anzi vederla come un'opportunità. Io stesso ho creato una società di sviluppo storie, e stiamo realizzando una collezione di serie tv. Certo i film in sala rimangono la cosa più bella del mondo ma il cinema si è sempre arricchito delle novità tecnologiche».

Parlando di piattaforme, lei, insieme ai 100Autori, l'associazione più rappresentativa degli autori di cui è portavoce, sta portando avanti una battaglia affinché vengano riconosciuti i diritti d'autore anche per i registi e gli sceneggiatori. Ma non è già così?

«No. La direttiva cosiddetta Copyright nasce in Europa con l'obiettivo di mettere in fila i giusti diritti a cui anche gli autori hanno, appunto, diritto facendo per l'audiovisivo ciò che per la musica si dà per scontato. Un musicista riceve sempre i diritti sull'esecuzione dei brani mentre nell'audiovisivo gli unici aventi diritto sono i produttori che hanno acquistato la sceneggiatura».

Ora il Parlamento italiano sta recependo quella direttiva. Avete paura di rimanerne fuori?

«Sì. Esiste un comitato sul diritto di autore dove registi e autori non sono rappresentati. Il sospetto è che gli aventi diritto rimangano solo i produttori. Ma noi pensiamo che le idee siano incedibili e che l'autore debba continuare a goderne. Questo anche a tutela della sua creatività».

Quindi se, ad esempio, un film (o una serie tv) ha successo e viene venduto in tutto il mondo, agli autori non viene niente?

«Esatto, è la nostra vecchia legge sul diritto d'autore».

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