"Blob rimane un serial fatto di ironia volgare e di politica da osteria"

Enrico Ghezzi festeggia i 25 anni del programma "cult" di Raitre. "Il vuoto politico ci danneggia. Il web? Favorisce la pigrizia"

"Blob rimane un serial fatto di ironia volgare e di politica da osteria"

«Voglio fare a Blob un augurio passatista: che si possa organizzare la nostra sparizione. Alla Ionesco, à bout de souffle. Diventare immortali, poi morire», dice Enrico Ghezzi, citando come sempre teatro e cinema, mentre beve un succo di melograno. È rimasto il solito, vecchio ragazzo di Genova, che nei Settanta cinefili usciva e entrava dal cineclub Filmstory, avendo in testa una magnifica ossessione: guardarsi dieci-dodici film al giorno. È da questo magma di immagini che germina l'idea d'una trasmissione tv così nuova, nel panorama italiano di Tangentopoli, da guadagnarsi, lungo i suoi 25 anni d'esistenza, quel valore di soglia ormai riconosciuto. Dal 17 aprile 1989, nell'anno in cui veniva giù il Muro di Berlino, è venuta giù pure la palla gelatinosa di Blob, trasmissione-frullatore che da un quarto di secolo irride, graffia, coinvolge con la sua piena riproduttiva all'ora del tg. «Un programma di fantascienza, un serial continuo senza pubblicità, nella televisione diretta da Angelo Guglielmi», spiega il critico cinematografico classe 1952, che con Marco Giusti ha ideato il format di Rai Tre: 7.335 puntate, 42 persone nel team, molti premi e un modo inedito di servire il «pastone» del giorno prima. Qualcosa che ha fatto scuola, come dimostrano tesi di laurea, libri sull'argomento e quel parlare per allusioni: «Adesso ti blobbo».

Con quali criteri sceglie il materiale, che poi entra in «Blob»?
«Da una parte dev'esserci l'elemento comico per dentiere, volgare e plebeo. Se le cose sono perfettine, mi preoccupo. Dall'altra, un valore politico. Come per il vino a calo, nelle osterie: deve venire giù una certa quantità. Soprattutto, dev'esserci l'intensità. Ciò che ti fa alzare la testa e fissare un punto, mentre l'attenzione elabora».

C'è affinità, tra Blob e Striscia la notizia di Antonio Ricci, nata nel 1996?
«Striscia ci ha messo degli anni, a diventare un tg tristemente “alternativo”, ma non troppo. Ricci è un battutista geniale e la sua storia è cominciata con gli autori di cabaret, con Trapani. Una vicinanza ideologica, tuttavia, c'è. Anche se ritengo politicamente più affine Drive In, così pop e americano, montato in velocità. Con Ricci, nel 1988, dovevamo fare un programma intitolato Luogo comune. Poi non se ne fece niente».

Volendo definire Blob, a distanza di 25 anni?
«È l'anonimato, o l'autorialismo diffuso. Ogni visionario, a casa, avrebbe voglia di essere lui, l'autore. In redazione ci affrontiamo spesso su questo tema. Vorrei essere la scimmia che, nel film del 1928 The Cameraman di Edward Sedgwick e Buster Keaton, s'impadronisce della telecamera e filma tutto, compreso il carnevale cinese, diventando il boss della situazione. Noi di Blob siamo la scimmia a molte teste. Alla nascita, Blob era un tizzone ardente, dal punto di vista politico: mostrava la faccia nascosta della a-legalità di Craxi. Che, infatti, voleva chiuderci. Anche se era un nostro fedele spettatore».

A finire nel tritacarne, spesso è toccato a Silvio Berlusconi.
«Per noi Berlusconi è il Colosseo. Un monumento, un resto decisivo dal quale attingere in continuazione. Affascinante come Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi. Negli ultimi anni c'è stata una perdita d'intensità, man mano che Berlusconi spariva. Il suo linguaggio facciale è irresistibile. Poi parla veloce, ma ha molte esitazioni. Ho montato un Blob di tre ore su di lui. Peccato se la sia presa quando abbiamo schiacciato la sua immagine, facendolo diventare una lineetta».

Il successo di Blob è legato all'autonomia editoriale di cui ha goduto?
«Un'autonomia editoriale straordinaria, certo. Che da 15 anni, non c'è più. Quand'è nata la trasmissione, la politica prendeva il controllo di tutto e noi volevamo scardinare questo. Oggi, però, il vuoto politico non ci giova. E siamo penalizzati dalla par condicio, proprio nel 25ennale. Il tentativo d'identificare il nemico, ora, è continuo. C'è una non-garanzia di qualità».

Qual è il suo Blob preferito?
«Quello in cui la senatrice Marinucci, in piena campagna politica, si ferma e dice: “La rifacciamo?”. La conduttrice, pronta: “Ma onorevole, siamo in diretta!”».

I giovani vi guardano?
«Più che altro, i bambini e le persone di mezza età. Lo share è al 7%».

Il passaggio dall'analogico al digitale ha cambiato il vostro modo di lavorare?
«No. Anche se la Rete induce alla pigrizia. Con Internet a disposizione, per me vale l'ecumenico: a chi ha, sarà dato. Nel senso che se sai x cose, sfrutti meglio il web. Dovessi fare un programma televisivo, lo farei su YouTube».

Un augurio per Blob?
«Di continuare a far bene il suo lavoro teorico-politico, contrapposto alla vomitevole ondata delle Grandi Bellezze da Fazio, con la sua ideologia della bellezza somministrata, eugenetica. Il nostro compito storico va verso le “piccole bruttezze”».

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