Bob Dylan, la musica da Nobel è un elogio della tradizione Usa

A 79 anni il più controverso dei cantastorie americani sta per pubblicare il disco "Rough and Rowdy Ways"

In effetti c'è qualcosa di emozionante in un 79enne Premio Nobel per la letteratura che pubblica il suo primo disco di inediti dopo otto anni. Specialmente se è il suo trentaseiesimo e arriva 58 anni dopo il primo. Perciò le dieci canzoni di Rough and Rowdy Ways (che uscirà il 19 giugno) sono a prescindere la testimonianza di un tempo che è trascorso per sempre. Quanti artisti faranno ancora album nei prossimi anni? E quanti ne avranno incisi quasi quaranta a quasi 80 anni? Pochi o nessuno.

Piaccia o no, Bob Dylan è uno degli ultimi mohicani che vogliano registrare canzoni capaci di avere un filo logico e di essere anche un biglietto da visita, una fotografia di ciò che sono. Come canta in Crossing the Rubicon, inseguito da una chitarra che sanguina blues, «ho baciato le ragazze e ho passato il Rubicone», quasi a dire che indietro non si torna. Ma quanta americanità vecchia e forse stereotipata c'è in questo disco che è di mostruosa intensità per chi non ha mai passeggiato nella musica di Dylan e di grande conforto per chi ci è cresciuto.

Robert Zimmerman è nato nel Minnesota il 24 maggio 1941, sei mesi prima di Pearl Harbour, è stato per un bel po' il «menestrello di Duluth», il Bob Dylan che all'inizio degli anni Sessanta ha fatto soffiare la risposta nel vento diventando, anche musicalmente, una bora difficile da fermare.

Poi si è allargato sempre più, diventando contemporaneamente «giovane promessa» e «solito stronzo» (citazione di Arbasino), attivista tra i più efficaci (la sua Hurricane è uno dei manifesti più potenti contro l'ingiustizia della giustizia) e grandioso sceneggiatore del proprio dramma artistico come nel 1997, quando lui, Bob Dylan, il supposto ateo di sinistra, incontrò commosso a Bologna il Papa Giovanni Paolo II inchinandosi come il più fedele dei fedeli dopo aver cantato knockin' on heaven's door (bussando alle porte del Paradiso) con un cappello da cowboy che neanche ad Amarillo in Texas.

Bob Dylan è grandioso perché è riuscito a essere tutto e il suo contrario senza togliere un grammo di santità alla sua icona. Ha vinto il Nobel della Letteratura ma non l'ha ritirato e, nel discorso che è stato obbligato a scrivere, ha spiegato che «le canzoni si cantano, non sono letteratura». In pratica, l'ammissione di non meritarsi il premio.

Bob Dylan, che mistero buffo.

Sa scrivere i testi, ha il «flow» come si dice oggi per i rapper. E ha una cultura che decenni fa sembrava solo foraggio per l'ideologia, ma oggi è un manifesto che schianta la pochezza di tanta musica cosiddetta d'autore. Ora a 79 anni appena compiuti, confina alle interviste le sue battaglie politiche (come in quella nuovissima al New York Times contro il razzismo post George Floyd) e tratta la propria musica come l'antologia della Nazione. Rough and Rowdy Ways è l'esaltazione dei suoni americani, delle radici musicali come False prophet che mescola Nat King Cole e il blues oppure l'iniziale Contain multitudes che, su di un tappeto di chitarra acustica, è il suo vero biglietto da visita irriverente e contestabile: «Come Anna Frank, come Indiana Jones, come i cattivi ragazzi dei Rolling Stones» lui va «fino in cima, fino alla fine».

E se in Goodbye Jimmy Reed rende omaggio a un bluesman con i fiocchi, in Key West cita Ginsburg, Corso e Kerouac e nella lunghissima Murder most foul, uscita praticamente durante la pandemia, torna alla ferita mai ricucita degli americani, la Dallas di John Fitzgerald Kennedy nella Dealey Plaza con Jacqueline che gli raccoglie brandelli di cervello sulla limousine presidenziale.

In sostanza, queste dieci canzoni, totalmente fuori dal mercato attuale, sono comunque il testamento artistico di Bob Dylan, il punto d'arrivo di una scorribanda intellettuale e musicale spregiudicata che dal folk del Greenwich Village è arrivata a celebrare le radici americane immutate da secoli. Un gran bel disco questo Rough and Rowdy Ways. Bello perché è un punto d'arrivo di sessant'anni di carriera. Bello perché, se c'è «una risposta che soffia nel vento», è la stessa che c'era quando Bob Dylan incontrò Ramblin' Jack Elliott in ospedale da Woody Guthrie nel 1961: la musica ha la propria lingua e la politica c'entra proprio poco.

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