«Capisco il bisogno di cattiveria dei bambini»

Le riflessioni di Rose fra desiderio di maternità e rivolta nei confronti dell'istituzione

di Léon Frapié

Un biondino che credo di aver sufficientemente preparato non si muove: mi guarda fisso, poi dice con tono d'impaziente autorità: «Ebbene, mettimi fuori il pipì».

Il nuovo, inatteso contatto mi dà una contrazione alle dita che hanno paura, come di qualcosa di fragile che potrebbero schiacciare. Oh, via! Non c'è da esitare, si tratta del proprio dovere: andate, andate! Completo l'operazione a tentoni; mi affretto, con le sopracciglia aggrottate, non voglio avere alcuna sensazione... Balbetto...

«Io non ce l'ho ancora» mi dice bonariamente una monelluccia dai capelli rasi.

Portano qui tante bestiole, e la scuola dirige lo schiudersi dei loro appetiti verso una saggia socialità. La ricreazione non mi mostra forse la società in compendio? Tutta l'agitazione, tutti i gesti si riferiscono al prendere, mangiare, comparire.

Capisco benissimo ora «il bisogno di cattiveria» nei bambini; esso esiste come una specie di appetito fisico.

Conoscere a fondo questi bambini, maschi e femmine, che hanno già una loro piccola personalità, corrisponde a un'esigenza della mia natura, della mia femminilità; è male però che questo fatto si ricolleghi a certe fantasie, a certi rimpianti o aspirazioni... Talvolta resto spaventata dalla mia perspicacia, in certo modo inconfessabile.

Una generazione già attualmente vegetante; un'umanità appena prona agli sfruttatori, tanto debole da scoraggiare i filantropi, e tanto stupida da giustificare l'ingiustizia sterminatrice. Riconoscete queste donne capaci solo di gemere, di ingombrare senza lottare, che hanno la sola fermezza di rifiutarsi di osare; lavoratrici senza un loro posto, sempre in esubero, che mendicano, raccolgono briciole, si disputano le offerte derisorie? Bestiame che fa deprezzare il valore del lavoro, disastrosamente preposto a eternizzare i salari di fame con la sua produzione mediocre, lenta, rassegnata.

Non sono la geografia o la matematica più o meno gratuitamente iniettati che influiscono sul bambino per tutta la vita: quello che il bambino subisce di grave a scuola è la cultura dei sentimenti. Egli non fa che tastare continuamente con l'istinto, per scegliere quello che conviene alla propria crescita. Io mi figuro impercettibili prolungamenti di nervi nello spazio, che frugano, si allungano e si ritirano come i cornetti della chiocciola. La scuola propone preferenze, abitudini, direzioni a queste invisibili antenne nervose.

E mi chiedo se la scuola non abbia per principale effetto di rendere conveniente, beneducata, rassegnata la miseria fisica e morale. Abile risultato, certo, da un punto di vista speciale... Ma insomma, credevo che si dovesse rialzare, sviluppare, armare quest'infanzia di qualità inferiore.

La logica sentimentale determina la personalità presente e futura: fin dai primi anni, il bambino si forma una base di giustizia possibile su cui stabilirà tutta la sua vita; e dalla giustizia che gli viene resa, egli deriva il proprio debito di bontà.

Come se l'autorità non fosse in sostanza l'ingiustizia, come se chiunque, investito di un potere, non fosse indotto irresistibilmente ad abusare della propria forza, a essere tanto più crudelmente severo, quanto più il pretesto è inesistente e il paziente senza difesa.

Come l'arte è vivificata e rinnovata dagli eccessivi, dai primitivi, così la vita viene orientata verso il meglio dai vivaci. La speranza della generazione è riposta nei cattivi scolari.

Commenti

Grazie per il tuo commento