Cultura e Spettacoli

C'erano una volta gli odiatori da amare: Céline vs Proust

Gli attacchi postumi all'autore della "Recherche" derivano dal sentimento più diffuso in letteratura: la gelosia

C'erano una volta gli odiatori da amare: Céline vs Proust

Fateci caso: non esistono polemiche letterarie tra gli autori italiani, soprattutto tra gli autori mediocri, cioè quelli che puntano a vincere il famoso premio. Anche perché i romanzi sono intercambiabili, mentre i grandi scrittori hanno sempre scritto contro un'idea della letteratura, per affermarne una propria. Non si produce letteratura sull'amore, ma in genere sull'odio per la letteratura altrui. Dimmi chi odi e ti dirò chi sei, dimmi chi ami e ne saprò quanto prima, scrisse Aldo Busi.

È il tema esaminato dal saggio di Valerio Magrelli Proust e Céline. La mente e l'odio, edito da Einaudi (pagg. 152, euro 15), che ho letto con molto interesse, visto che ogni volta mi sento dire: «Ma perché ce l'hai con tutti?». Io rispondo sempre: perché sono uno scrittore, non un impiegato.

Così la storia della letteratura è piena di odio dichiarato: Léon Bloy diceva di Maupassant che «la sua perfetta stupidità trapela dagli occhi, gli stessi di un cane che piscia». Jules Renard definì George Sand «la vacca bretone della letteratura». Nel 1926 Ungaretti e Bontempelli si sfidarono a duello, così come nel 1897 Marcel Proust e Jean Lorrain (tutto finito senza spargimenti di sangue). E poi Virginia Woolf contro Joyce, Nabokov contro Dostoevskij, Pasolini contro Gabriel García Márquez, l'odio di Carlo Emilio Gadda contro Foscolo e via odiando. Non certo il volemosebene dei letterati di oggi.

Ma il fulcro del saggio di Magrelli è l'odio di Céline verso Marcel Proust (postumo, un po' come quello di Bret Easton Ellis verso David Foster Wallace). Eppure Céline deve molto a Proust (come ogni scrittore successivo alla pubblicazione della Recherche, senza Proust non ci sarebbe neppure Beckett), e Magrelli mette in evidenza molti punti in comune: entrambi hanno inventato quella che oggi chiamiamo autofiction, entrambi dedicano l'intera loro esistenza alla letteratura, entrambi francesi, entrambi creatori di uno stile unico e di opere estreme, imprescindibili, entrambi all'inizio rifiutati, entrambi in seguito con lo stesso editore, Gallimard.

Non possiamo sapere come avrebbe reagito Proust alle ingiurie di Céline, ma probabilmente se ne sarebbe fregato, così come da rampollo della buona borghesia e frequentatore dell'aristocrazia si è rinchiuso per vent'anni in casa, fino alla morte, per scrivere il più grande capolavoro di tutti i tempi, non accorgendosi neppure della Prima guerra mondiale, mentre Céline era al fronte (monito a tutti gli scrittori «impegnati» di oggi: o siete Céline, o è meglio che vi impegnate a scrivere un'opera vera se ne siete capaci). Una volta, all'Hotel Ritz, Proust incontrò James Joyce che gli chiese se aveva letto Ulisse, e Proust rispose che non aveva avuto tempo. Era sincero, visto che sarebbe morto di lì a poco riuscendo a mettere la parola fine al suo capolavoro.

Ma la cosa curiosa è il rapporto con l'editore, Gallimard, che mentre intratteneva epistolari reverenti con Proust, con Céline fu sempre distaccato. A Proust scriverà ben centocinquanta lettere, a Céline appena cinquanta, e in un arco di tempo ben più lungo. L'odio di Céline nasce anche dalla diversa accoglienza delle sue opere rispetto all'opera di Proust, ma anche da un debito mai riconosciuto. Gallimard venerava Proust e sopportava Céline. Come scrisse lo studioso Jean-Louis Cornille: «Nessun Céline senza Proust. Ma anche. Nessun Gallimard senza Proust e Céline». D'altra parte: «Tutto Céline, è evidente, si appoggia su Proust. Tuttavia l'autore della Recherche gli sbarra la strada, proprio mentre gli mostra la via».

La goccia che farà traboccare il vaso dell'odio sarà l'inserimento della Recherche nella Pléiade, onore negato a Céline, anche per motivi ideologici. Ancora nel 1960 riuscì a dire: «Prima di Proust, dire pederasta già significava farsi notare in maniera un po' strana, no? Non era ben accetto... Ma poi Proust, con il suo stile e il suo genio letterario dietro, ha reso possibile che le madri tollerassero la pederastia nelle loro famiglie, insomma, no?... Si dice: sono pederasta come Proust... Come il signor Gide...». Come se non bastasse, scrive a Jean Paulhan: «Oh, se Proust non fosse stato ebreo, nessuno ne parlerebbe! Il culone! Ossessionato da inculate. Non scrive in francese ma in un franco-yiddish arzigogolato fuori da ogni tradizione francese».

Omofobia allo stato puro, diremmo oggi (d'altra parte, Céline è stato antisemita e nazista), ma anche odio letterario verso un gigante ingombrante, da non confondere con quello che può dire qualcuno in una chiacchiera al bar o sui social. L'arte ha una sorta di immunità morale: in fin dei conti Céline ha fatto Céline, tanto quanto nelle sue opere estreme (così come De Sade faceva De Sade, non è che possiamo dirgli che era un sadico).

Infine, come ricorda Magrelli, nel 1957 Alberto Arbasino andò a intervistare Céline e Céline gli disse (citando un biologo che non era un biologo, ma il concetto non cambia): «Lo dice bene il biologo Sauvy (?)... Non è vero niente che in principio era la parola... Macché, viene prima l'emozione! Dagli organismi unicellulari in su... La parola, semmai, viene dopo: per descrivere l'emozione». Molto proustiano, a pensarci. Puntini di sospensione...

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