Al cinema "Lazzaro Felice", non è un paese per santi

Tra realtà e fiaba, si racconta di povertà materiale e spirituale, ma anche della resistenza silenziosa e imperitura di gemme divine in un mondo che si ostina a calpestarle

Al cinema "Lazzaro Felice", non è un paese per santi

"Lazzaro Felice", il film di Alice Rohrwacher che ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al recente Festival di Cannes, è un'opera più matura e affascinante della precedente "Le Meraviglie", che si aggiudicò, quattro anni fa e nella stessa cornice, il Grand Prix Speciale della Giuria.
La trama, che muove in parte da un racconto di cronaca e in parte da un aneddoto favolistico su San Francesco, richiede si metta da parte la ragione e ci si spinga oltre, lasciandosi trasportare in una sorta di realismo magico.
Lazzaro (il magnifico esordiente Adriano Tardiolo) è un contadino neanche ventenne così buono da essere ritenuto stupido dalla numerosa famiglia di mezzadri di cui fa parte: antepone sempre i bisogni altrui ai propri, ha lo sguardo puro di chi si fida di ogni essere umano e appare grato di essere al mondo. Alla tenuta dell'Inviolata, lui e gli altri lavorano in condizione di semi-schiavitù per la marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi), che li sfrutta tenendoli all'oscuro dell'ormai annosa abolizione della mezzadria. La donna dimora nel luogo solo nel periodo estivo, in cui costringe il figlio, l'annoiato Tancredi (Luca Chikovani), a seguirla. E' a causa di un'intemperanza di quest'ultimo che il microcosmo fuori dal tempo e dalla legge viene scoperto, assieme al ‘grande inganno’ su cui fonda la sua esistenza. Le conseguenze investono tutti in maniera dirompente tranne Lazzaro, che resta intatto allo scorrere degli anni e ai cambiamenti di scenario.
Siamo in una favola dolente che immerge in una cornice arcaica ma la cui reale connotazione temporale si rivela attraverso sporadici dettagli come un telefonino a conchiglia, un walkman o una canzone. Il protagonista ha qualcosa del Candide di Voltaire, le ambientazioni e le vicende richiamano invece certe opere di Verga o Pirandello, nonché echi del cinema di Olmi e Pasolini. Nel crogiolo di riferimenti spicca quello alla tradizione cristiana ma il film, a dire il vero, sembra pervaso da una religiosità più arcana e primitiva, imbevuta di simboli e naturalismo.
Quella di Lazzaro è un'innocenza quasi folle, vista con sospetto anche dallo spettatore sulle prime, ma poi ci si rende conto di essere di fronte non a un individuo dal ridotto quoziente intellettivo ma a una figura cristologica, di altissimo valore spirituale perché in connessione spontanea col divino che c'è nel mondo.
Quando la scena si sposta in città, una landa desolata e grigia in cui il progresso non ha mantenuto le promesse di prosperità, i vari personaggi vanno incontro al disincanto e a una miseria che non è più solo materiale ma morale.
Qui Lazzaro si fa incarnazione del Bene universale che, per sua natura, trova il modo di risorgere e rimanere intonso anche in mezzo ad indifferenza e meschinità. Gli uomini attorno a lui sono incapaci di sintonizzarsi sulle melodie alte, restando meravigliati della disponibilità di nutrimento e bellezza che il ragazzo sa cogliere anche nei luoghi più aridi. Non sanno che il sostentamento, per l'anima risvegliata, è a portata di mano ovunque.
Si esce dal film come da una chiesa. A una musica d'organo seguono titoli di coda muti, più che per il silenzio che si deve ai santi, forse, per regalare uno spazio sacro in cui lasciar attecchire il seme appena piantato.