Il cinema ricomincia da "Due" per raccontare la solitudine

Il regista italiano Meneghetti con questa pellicola nata in Francia ha anticipato la nostra condizione da reclusi

Il cinema ricomincia da "Due" per raccontare la solitudine

Nomen omen avrebbero detto i latini. Se il presagio sta nel titolo, quello di Due di Filippo Meneghetti in uscita giovedì solo al cinema, è appunto a due volti. La sfortunata uscita - nemmeno a dirlo, doppia - e la lusinghiera soddisfazione di scendere in pista per l'oscar del film internazionale. E per un'opera prima di un giovane regista italiano, che si trova a difendere i colori della Francia, culla del cinema, non è poco. Eppure il mattino era stato annunciato da un buongiorno tutt'altro che confortante. A Parigi, Due era uscito ai primi di febbraio del famigerato 2020. Neanche tre settimane e il primo lockdown dell'umanità gli aveva sbarrato la strada. Passano otto mesi e, nell'incredulità generale, lo scenario si ripeteva. Programmato in Italia per fine ottobre, veniva soffocato sul nascere dal decreto per il secondo blocco totale. E più di una sala ha abbassato le serrande con la locandina in bacheca. In un certo senso, l'opera reclamizzata più a lungo, perché i poster sono già pronti ora che Due vede finalmente la luce. Pardon, trova il pubblico.

«È stata un'esperienza spiazzante - spiega il padovano Meneghetti, ritrovatosi ambasciatore e padrino del ritorno al cinema di una nazione intera, nel momento del suo rientro in patria per promuovere il film -. Siamo stati in cartellone tre settimane in un anno e mezzo ma è bastato per essere candidati all'Oscar». Il segreto è semplice, un bel lavoro dopo mesi nei quali, molto di ciò che è passato sulle piattaforme, lasciava a desiderare. «Eppure anche Due ha vissuto la sua fase streaming, per lo più all'estero però. In Francia, Belgio e Olanda è stato possibile creare un circuito in cui una sala proiettasse il film e gli spettatori di un bacino locale definito si collegassero per assistere allo spettacolo, dietro pagamento del biglietto. Non ci sarà stato il grande schermo ma bisognava pur adeguarsi».

Gli stessi requisiti tecnici che hanno consentito al regista di presentare e promuovere il film in luoghi molto diversi e lontani fra loro, pur restando fra le sue quattro mura. «C'è stato perfino un momento in cui mi sono trovato a intervenire simultaneamente in Europa e Stati Uniti in occasione delle varie uscite. Lo stupore tecnologico si sposava con la grande tristezza di un isolamento, non cercato e non voluto, che c'entra poco con la vita».

A suo modo, anche Due tocca il tema della reclusione. Girato quasi interamente in interni, in settimane in cui lockdown e pandemia non erano minimamente ipotizzabili, la solitudine e la blindatura delle due protagoniste sembra addirittura anticipatrice di quello che è successo dopo. «Con gli occhi di oggi può apparire collegato ma in realtà non c'entra. L'idea mi è venuta alcuni anni fa. Abitavo in un condominio dove due donne - entrambe all'ultimo piano - erano rimaste vedove pressappoco nello stesso momento e avevano deciso di tenere aperte le porte dei loro appartamenti, creando una sorta di alloggio unico. Io ho aggiunto leggeri risvolti gay perché volevo toccare il tema dell'amore, pur senza parlare di omosessualità. Il film non tratta di questo».

Sarebbe una svista colossale porre in primo piano il lato saffico. Piuttosto, emerge nitidamente l'angoscia di chi ama ma viene tenuto nell'ombra dal partner. «È sofferenza perché dà l'idea di non veder riconosciuto il proprio status sentimentale di fronte al mondo. Una sorta di clandestinità del cuore che emerge nella tristezza di Nina perché Madeleine non riesce a rendere i suoi due figli partecipi del loro amore».

Non solo. Anche la malattia è, a suo modo, un'altra forma di reclusione. E Mado (Martine Chevallier) si chiude ermeticamente nel suo mondo parallelo dal quale Nina (la fassbinderiana Lola, Barbara Sukowa) cerca a tutti i costi di liberarla e ricondurla a casa. Sul mio carro, come indica quell'abbraccio musicale dei primi anni Sessanta, portato al successo da Betty Curtis, che le due donne ballano in tre riprese. Sognando. Se verrai con me, tra le stelle più in alto del sole. In quel traguardo che appare perfino irraggiungibile. «Dove qualsiasi cuore vuol vivere e vibrare e da dove spesso i casi della vita - aggiunge ancora Meneghetti - spingono lontano».

Non nel suo, però, perché in Francia è arrivato proprio seguendo il sentimento. «Mi sono stabilito lì per amore e non me ne pento. Confesso. Anche se spesso torno a casa. Però devo essere sincero. Nella mia scelta c'entra anche il lavoro. Escono il doppio dei film che si fanno in Italia». D'altronde la settima arte è nata a Parigi e Due ha un tocco di eleganza e delicatezza che sembra il marchio di fabbrica della stragrande maggioranza dei titoli transalpini. E ora «si riparte come se non ci fosse stata la pandemia. E nemmeno la candidatura agli Oscar. Sto scrivendo, qualche idea ce l'ho, verrà tempo per tornare sul set e in sala. Sperando che il covid sia diventato solo un lontano e pallido ricordo».

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