La città dopo il virus, O cambia tutto o muore

La «fine dell'ufficio» uccide il centro e stravolgerà le periferie. L'intero sistema salta. Il caso di Milano

Soltanto a settembre cominceremo a capire cosa ne sarà delle nostre città dopo la pandemia. Però si può cominciare a pensarci fin d'ora, lasciando lavorare l'immaginazione: i segnali non mancano.

Ho scritto molto sulle città, e soprattutto sulla mia: Milano. Non soltanto un libro dedicato, che a suo tempo fu molto discusso, Il crollo delle aspettative, ma soprattutto un romanzo, «il» mio romanzo, Le cose semplici (2015), dove provavo a immaginare la mia città dopo il crollo di tutte le civiltà. E continuo a pensarci.

Il panorama che si delinea nel post-Covid non è bello. Anche gli effetti virtuosi della crisi rischiano l'effetto-boomerang. Sono in tanti a temere la situazione critica che si creerà a causa dello smart working. La maggior parte degli uffici e delle aziende con sede nel centro di Milano ha prolungato questa pratica oltre la riapertura. Riviste attente ai mutamenti in corso parlano già di «fine dell'ufficio», ossia fine di un'epoca cominciata in Inghilterra al tempo della Compagnia delle Indie.

Può darsi che tutto questo alla fine non succeda, o succeda solo in parte, o che la tendenza si inverta, però è significativo che il primo impulso, spontaneo, sia stato quello di continuare sulla scia delle abitudini assunte durante il lockdown.

Stare a casa costa meno. Si risparmia sull'affitto dei locali, ridotti al solo indispensabile: direzione, ufficio personale. La contabilità, la promozione, la comunicazione si possono fare anche da casa. Niente più buoni-pasto.

Un'amica mi raccontava che, durante la riunione d'inizio anno della sua azienda (che ha interessi in tutto il mondo), i dirigenti avevano prospettato viaggi, incontri, conferenze con conseguenti prenotazioni di voli, alberghi e altro. Poi è arrivato il Covid-19, racconta, ce ne siamo rimasti tutti a casa e viaggi incontri conferenze si sono fatti via zoom, e tutto alla fine ha funzionato lo stesso. Tanto che alla prima riunione dopo la riapertura, a maggio, la mia amica, rivolgendosi ai suoi capi, ha commentato: «Sembra che alla fine tutte le cose indispensabili che avevamo programmato a gennaio siano risultate inutili».

E vissero infelici perché costava meno, diceva Leo Longanesi.

Le conseguenze, se tutti questo è vero, si possono immaginare, soprattutto nel centro cittadino o nelle zone universitarie, dove le abitazioni sono quasi inesistenti: la città si svuota e tutto l'indotto (ristoranti, bar, trasporti ecc...) perde ogni ragion d'essere. Gli esercizi commerciali chiudono (hanno già cominciato), i trasporti pubblici perdono utenza, i turisti diminuiscono. La capitale dello shopping entra in crisi perché è molto probabile che, dopo la pandemia, le abitudini cambino, e anche se qualcuno diventerà molto più ricco il sospetto è che la vivacità del centro potrà essere garantita soprattutto da chi ha molta liquidità di cui sbarazzarsi.

Di qui, due scenari possibili.

Primo scenario. Il centro di Milano diventa un luogo poco piacevole da frequentare, all'apparenza simile a com'era negli anni '70, pieno di saracinesche chiuse e di cartelli «Vendesi», buio come allora ma più controllato di allora, con conseguenze facilmente immaginabili: un semicentro abitato sempre più caro con i giovani costretti, anche se hanno la fortuna di trovare lavoro, a vivere sempre più in periferia, dove è facile immaginare che le comunicazioni non saranno potenziate e dove, sempre che vada bene, la città tenderà a dividersi in tante sottocittà ben diverse tra loro - e anche qui i costi cresceranno perché la fascia periferica non si può espandere: subito dopo comincia la Milano produttiva (e che si spera continui a produrre), ossia quel labirinto in cui centri abitati, sedi di aziende, capannoni, campanili, ville, orti, showroom si susseguono come una sfilata senza fine.

Secondo scenario. Milano, va detto, ha una posizione strategica invidiabile. Quando sono depresso sul suo destino vado a guardarmi la cartina dell'Europa e mi rincuoro. In un'Europa che è tutta in grave difficoltà (per non parlare del resto del mondo) Milano può risultare molto appetibile proprio grazie alla sua posizione, e può darsi perciò che il suo centro venga colonizzato (previo accordo sulle tasse) da una quantità di aziende, società, organizzazioni straniere che garantiranno l'indotto del centro ma trasformeranno Milano in una specie di Londra, ossia in una città dove un single con un discreto stipendio non ce la fa a pagare l'affitto di una stanza in periferia.

Insomma, il sistema-città rischia di subire un drastico abbassamento della qualità della vita unito a una crescita esponenziale del numero dei povero e una moltiplicazione dei costi. Secondo me, se non si trovano nuove idee, se ci si illude di poter ricominciare come prima (è già successo dopo la crisi del 2008: niente è cambiato, a parte forse l'accortezza di sgonfiare le bolle finanziarie prima che diventino troppo grosse), possiamo star certi che le cose andranno pressappoco come ho detto.

Non dobbiamo però aspettarci dalla pubblica amministrazione la soluzione del problema. La soluzione sta nella capacità di tutti di adattarsi al nuovo contesto senza rassegnarvisi, e cercare dentro la nuova situazione le idee giuste per andare avanti. Ciascuno, cittadini e amministratori, è chiamato a fare il suo lavoro, con la differenza che questo lavoro non sarà più lo stesso di prima: bisognerà ascoltare molto di più, ci vorrà molta più umiltà, si dovrà fare lo sforzo immane di valorizzare le buone idee da qualunque parte vengano, anche se è una parte che non ci piace, bisognerà scovare la vivacità e la creatività là dove esistono davvero, senza riguardo per i garantiti e per le rendite di posizione.

Tutto è destinato a cambiare, o a morire: dall'offerta alimentare all'estetica teatrale, dalle strategie aziendali al disegno dei trasporti pubblici. Il passato non esiste più, e non esiste più nemmeno il futuro così come l'avevamo immaginato soltanto un anno fa. Occorre ascoltare con grande attenzione la voce della realtà, far nostri i suoi sommovimenti, i suoi lamenti: e ci conviene, anche perché, a differenza dei nostri feroci programmi, la realtà alla fine è quasi sempre un po' migliore di come l'avevamo immaginata.

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