La confessione di Sophia "Avevo bisogno di una storia importante per tornare sul set"

La Loren dal 13 novembre su Netflix in "La vita davanti a sé". Diretta dal figlio Edoardo Ponti

L'incontro da remoto con Sophia Loren, maglione rosso ciliegia con collo alto a sottolineare tratti ancora iconici, a 86 anni, è un film di suo. Accanto, nell'elegante casa di Ginevra, le siede il figlio Edoardo Ponti, il braccio a circondare le spalle di lei, la sua mano intrecciata alla mano materna: è il nodo di un albero. E sono baci sul dorso delle mani, carezze, sguardi complici, affettuose traduzioni di domande talora non comprese.

«È la terza volta che lavoriamo insieme. Mia madre approccia ogni film come se fosse il suo primo e l'unico della sua vita. È questo che la rende l'artista che è. Grazie, mammina!», dice Edoardo, presentando La vita davanti a sé, dramma sull'integrazione e storia commovente di Madame Rosa, superstite dell'Olocausto ed ex-meretrice, che dedica la sua vita ai figli delle prostitute.

Su Netflix dal 13 novembre, questo mélo tratto dall'omonimo romanzo di Romain Gary segna il ritorno della Loren sul set, undici anni dopo Nine di Rob Marshall. Scritto da Edoardo insieme a Ugo Chiti, La vita avanti a sé è «una bella storia di sempre, che ho cercato e fortemente voluto», spiega La Ciociara, che nel corridoio della sua casa ginevrina tiene gli innumerevoli premi vinti lungo la sua intensa carriera. E parla come una Pizia online, la star di Pozzuoli: distaccata, misurata, sospesa nella bolla di uno stardom intatto. Tranne quando si tratta di Edoardo.

«La scena più difficile? Quella in cui pioveva a dirotto. Ero tutta bagnata e lui, senza muoversi da dietro la cinepresa, m'ha detto: Non battere le ciglia. Madonna, come facevo? Ma quando mio figlio parla, per me sono cose fantastiche», racconta Sophia. Nel suo film circola «il messaggio della tolleranza, del perdono, dell'amore a cui tutti abbiamo diritto. Tutti, tutti», sibila.

E il personaggio di Madame Rosa, la polvere del tempo sui capelli e i fiorellini sugli abiti dozzinali, quanto la fa pensare a sua madre? «Mia madre, una donna bellissima e un'artista meravigliosa, era così. Parlava molto, si faceva sentire. Suonava molto bene il pianoforte e, nel dopoguerra, con gli americani, mangiavamo grazie al suo pianoforte», rievoca la diva, fiera delle origini napoletane. «Sono napoletana al 1000 per cento: se devo cantare, canto una canzone napoletana. La mia fortuna? L'incontro con Vittorio De Sica, napoletano di vicino Napoli: una scuola meravigliosa», ricorda lei, accomunando la patria frusinate di De Sica con Partenope. Certo, a sbalzare il suo personaggio molto è servita la memoria di un'infanzia difficile, fra privazioni e stenti. «Quelle cose non si dimenticano più: sono sempre presenti, rimangono dentro».

Girato a Bari, che sostituisce la Belleville dell'immediato dopoguerra, descritta da Gary, il film di Ponti mette al centro della narrazione «i silenzi, il mare, la spiaggia, Napoli», riflette Sophia, amabilmente ripresa dal figlio. «Lo so che era Bari!», si difende in corner Sophia, che si dice spaventata dal Covid. «Non esco di casa e la nostra salute è importante. Io sono per seguire la legge. Ho paura di tutto. La connessione tra la gente è importante. Fino a un certo punto», butta lì Sophia, mentre i cronisti cercano, invano, di tirarla per la giacchetta verso un'attualità che non le compete: la diva è inattuale, cioè eterna.

Quanto al ritorno sul set, il premio Oscar sottolinea l'emozione del ciak, dopo l'assenza. «Era come se quegli anni non fossero passati. Avendo una storia forte da girare, ho potuto dimenticare la mia assenza dal set. È stato un momento molto bello». Nel film, una scena s'ambienta su un terrazzo pieno di panni stesi. Sarà forse un omaggio a Una giornata particolare di Ettore Scola, dove Sophia scherzava tra la biancheria al vento, incalzata da Mastroianni?

E se lei nega, lui, Edoardo, ammette: «Sì, è stato un omaggio al film preferito di mia madre. Panni stesi, per ricordare l'itinerario del suo cinema». «Grazie, non lo sapevo!», dice Sophia. Emozioni del webinar, in diretta. «Non posso dire che cosa rappresenti, per me, dirigere mia madre. Se sono severo, distaccato? Non riesco a parlarne: ogni volta mi commuovo e, se mi metto a piangere...», spiega Edoardo, che ha diretto la madre in Cuori estranei (2002) e in un adattamento de La voce umana di Jean Cocteau, nel 2014.

«Mio figlio mi conosce molto bene. Conosce ogni angolo del mio viso, del mio cuore, della mia anima. Non passa all'inquadratura successiva, se non ha ripreso la mia verità più profonda», precisa Sophia.

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