Così Bianciardi ritrasse (cinquant'anni fa) l'"intellettuale" di oggi

Ostenta umili origini, parla di ciò che ignora, sposa una ricca e... disimpara a scrivere

Così Bianciardi ritrasse (cinquant'anni fa) l'"intellettuale" di oggi

Bret Easton Ellis tagliò corto quando Giuseppe Culicchia gli chiese un consiglio per gli aspiranti scrittori: «Sposate una donna ricca». Ma molti libri per aspiranti scrittori sono stati sfornati dall'editoria, soprattutto da noi in Italia, visto che c'è più gente che scrive di quella che legge. Il più celebre fu I 21 modi di non pubblicare un libro, di Fabio Mauri con prefazione di Umberto Eco, quest'ultimo altrettanto tranchant: «Mai libro è stato pubblicato perché l'aspirante autore ha inviato il suo manoscritto a un editore». In linea di massima la società culturale non è poi cambiata così tanto, basti pensare che già all'epoca di Balzac le illusioni erano già perdute.

Meno noto è un pamphlet di Luciano Bianciardi, Non leggete i libri, fateveli raccontare (ora edito da Neri Pozza), scritto a puntate nel 1966 sul settimanale ABC fondato da Enrico Mattei e che sembra scritto adesso, mentre gli intellettuali si lamentano di quanto si stesse bene ieri (in realtà è solo la vecchiaia). Bianciardi, nato a Grosseto come il sottoscritto (e come il sottoscritto se n'è scappato, lui a Milano, io a Roma), era già noto per La vita agra (uscito nel 1962), romanzo contro la sete di denaro della borghesia che fu elogiato da Indro Montanelli e l'autore ne rimase stupito: «Invece di mandarmi via a calci in culo, come meriterei, mi invitano a casa loro».

Il libro è uno spasso, segno che la società culturale italiana è sempre stata l'arte di arrangiarsi in un Paese in cui della cultura non è mai fregato realmente niente. A cominciare dalla parola «intellettuale», che non si capisce cosa voglia dire, per quelli di sinistra «chiunque non eserciti un lavoro manuale», una definizione un po' generica «dal prete al portalettere, su su fino a Benedetto Croce, tutti quanti cadevano nel cestone dell'intellettualità».

A dominare la società era il marxismo, ma Bianciardi anticipa l'idea di radical-chic coniata da Tom Wolfe. «Nel secondo dopoguerra, per esempio, era un discreto vantaggio l'origine operaia o contadina: figlio di un bracciante, figlio di un minatore erano titoli di merito». Ovviamente poi puntando alla carriera, come impiegati qualsiasi (condizione da Bianciardi sempre rifiutata, si licenziò anche dalla Feltrinelli), basti pensare a tutti gli autorini nostrani che fanno la fila per avere il famoso premio e aspirare al successo, che per Bianciardi era «solo il participio passato del verbo succedere». E comunque anche l'operaio «vuole esattamente quello che vogliono gli altri: il frigorifero, l'utilitaria, la camicia bianca, la domestica a ore e i film di James Bond». In fondo è il motivo per cui nel Paese con il più grande Partito Comunista d'Occidente nel 1948 il Fronte popolare perse le elezioni di fronte al Piano Marshall.

Gli studi? Bianciardi era avanti. Laurea sì, ma senza necessariamente finirla. In ogni caso non in una facoltà umanistica (meglio scientifica), che al massimo porterà a una carriera scolastica o universitaria. «In seconda elementare un ragazzo normale scrive già come un beatnik, e continuerebbe volentieri su questa strada, ma la maestra, con tanta pazienza e tanta fatica, ha saputo poi correggerlo, i professori hanno fatto il resto e adesso, a vent'anni, il Nostro scrive esattamente come Giuseppe Lipparini. Toccherà a lui la fatica di disimparare, riapprendere i modi dell'anacoluto pregnante, dell'antisintassi, passare da Manzoni a Verga, da Verga a Gadda, da Gadda a Kerouac».

Nascere figli di aristocratici purché colti è un vantaggio, l'aspirante scrittore «a diciotto anni ha avuto la sua prima esperienza sessuale da una nave scuola accreditata nei migliori salotti letterari, dà del tu a Pasolini, sa discutere al momento giusto di alienazione, di Gestalt, di op-art, insomma è un giovane prodigio, nato con la camicia. Il guaio suo è proprio questo: le cose gli sono andate troppo bene durante l'infanzia e l'adolescenza, quasi sicuramente tirerà innanzi per la strada più facile, vivrà di rendite paterne, a trent'anni sarà vecchio e stanco». In effetti la strada della frequentazione aristocratica è riuscita a uno solo: Alberto Arbasino. Ma lì perché Arbasino era un genio. Tuttavia tanti altri, se ci pensate, ci hanno vivacchiato bene, tra Lotta Continua e la villa a Capalbio.

A proposito di televisione, le frasi consigliate da Bianciardi sembrano le stesse degli intellettuali di oggi (il livello si è ancora abbassato, per esserlo basta essere degli opinionisti), quando non si sa cosa dire, per esempio se non si è virologi o esperti di geopolitica, «ecco alcuni esempi di frasi-cerotto, indispensabili per dire e insieme per non dire: «pur nei suoi limiti», «anche se non siamo perfettamente d'accordo», «lasciamo stare per il momento il», «ammesso e non concesso», «un qualcosa di indefinibile», «in qualche misura», «non è impossibile». Sembra di sentire gli esperti delle maratone di Mentana che parlano della guerra in Ucraina (non c'erano ancora gli Orsini, o forse essendo tutti sul libro paga dell'Urss erano tutti Orsini).

Quanto al come vivere dignitosamente da intellettuale, si torna al viatico di Bret Easton Ellis, sposare una donna ricca, ma qui bisogna essere più attenti, perché non siamo negli Stati Uniti, e dunque andrà scelta una castellana, «bella ma matura, d'una venustà un po' svanita, gli anni mai meno di trenta, meglio ancora se quasi quaranta. Ricca, la castellana, deve essere di esperienze e di informazioni, il miglior capitale nel nostro campo di attività». Appena fatta carriera come intellettuali, sfruttando le amicizie della nobildonna, la signora si può anche lasciare, «e nessuno avrà niente da ridirci: era prevedibile, penseranno al massimo: non poteva durare; ha resistito anche troppo, poveraccio, con quella carampana».

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