Così nacque Duca Lamberti. E lo Scerbanenco in "noir"

La figlia dello scrittore spiega come suo padre passò dal rosa al nero. Inventando il nuovo genere in Italia

Così nacque Duca Lamberti. E lo Scerbanenco in "noir"

Parlare di Venere privata mi mette un po' in imbarazzo, poiché si è molto scritto su questo romanzo che segnò un punto di frattura nella letteratura di genere del nostro paese, aprendo la strada al noir italiano. E proprio al noir, cioè storie cupe, reali, quasi sociologiche, molto lontane da quel divertissement intellettuale e rassicurante che talvolta è il giallo classico; e proprio italiano, con periferie meneghine, ricchi industrialotti e ragazzotte troppo sveglie che nulla conoscono di New York o Las Vegas.

Così, ho deciso di mettermi ancora più in imbarazzo affrontando gli aspetti personali che portarono Scerbanenco a lasciare, nel 1964, dopo trent'anni (il primo racconto dell'autore per un grande editore uscì su Piccola, rivista Rizzoli di narrativa, proprio nel 1934), il suo amatissimo lavoro di autore, giornalista, direttore di riviste letterarie, spesso dedicate a un pubblico di donne e ragazze, tutte innamorate di lui.

Ho purtroppo raggiunto un'età tale da sapere che le necessità e gli inciampi della vita (things to do and bills to pay, le cose da fare e bollette da pagare di una bellissima canzone di Springsteen), influiscono molto sulle nostre scelte esistenziali e, spesso, la volontà può poco. Nel caso di Scerbanenco, poi, queste motivazioni erano particolarmente pressanti. Mio padre, infatti, non aveva una famiglia alle spalle che potesse sostenerlo, guadagnava scrivendo storie, qualcosa che dipendeva da lui e lui solo. Per di più, era visto come uno scrittore e un autore moralista, che insegnava alle donne fin dove potessero spingersi con le loro trasgressioni, e quale fosse il prezzo da pagare. Il lieto fine e la salvezza delle apparenze, anche esile, non dovevano mai mancare. Eppure, credo che a mio padre, almeno dalla Seconda guerra mondiale in poi, tutto questo un po' pesasse.

Negli anni del conflitto, Scerbanenco scrive a matita su dei quadernetti, senza poi pubblicarle, alcune storie atipiche per durezza, quasi crudeltà. Questa crudeltà appare in controluce in una storia d'amore tradito; tracima ovunque in una vicenda di perversioni sessuali dalle coloriture fantascientifiche. Anche le storie pubblicate sono diverse dal solito. Basti citare i racconti di guerra dell'antologia Gli uomini ragno, una descrizione realistica ed esatta delle crudeltà varie in cui indulgono le persone comuni nel caos del 1943, quando l'Italia cambia fronte, passa agli Alleati e di conseguenza è invasa dai tedeschi. Oppure si pensi a Cinema fra le donne, Si vive bene in due, Ogni donna è ferita, romanzi che partono dal sentimentale per volgere verso il romanzo sociale, quasi un documentario del cambiamento.

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Nel 1961, Scerbanenco esce da una difficilissima situazione personale. Dannunziano d'animo, ha spesso avuto più relazioni contemporaneamente, ma nella seconda metà degli anni '50, pare quasi che il Destino gli presenti il conto di tutti i suoi tradimenti. Quando le cose si risolvono, sono tutti stremati. Mio padre aveva quasi avuto un infarto, mia madre aveva perso la bambina che aspettava (avevano già deciso di chiamarla Anna), come scrive Scerbanenco in una lettera commovente. Elena, la prima figlia, era morta nel lontano 1932, a pochi mesi, mai dimenticata dal suo papà.

È facile comprendere perché lo scrittore abbia avuto bisogno di una lunga pausa. Tra l'altro, sta iniziando una vita nuova con la nuova compagna, Nunzia Monanni, di ventitré anni più giovane. La cosa, naturalmente, scatenò un ennesimo, grande scandalo.

I miei genitori si erano incontrati nella redazione di Annabella, diretta allora da Antonia Monti, un grande nome dell'editoria italiana. Nunzia vi era stata assunta nel 1954, a soli diciannove anni, alla prematura morte del padre, un amico di Andrea Rizzoli, per il quale era direttore editoriale del settore libri dagli anni '40.

Mio nonno, Giuseppe Monanni, fu anche un'importante figura dell'ambiente anarchico milanese nella turbolenta prima metà del '900. Colto, sensibile, era divenuto prima libraio, anche antiquario, con diversi negozi in centro, infine editore. Nel 1943, però, perdette tutto, quando i nazisti gli bruciarono casa editrice e librerie. Disperato e sul lastrico, fu soccorso da Rizzoli, che lo assunse immediatamente. Sopravvissuto a un infarto provocatogli dalla morte in guerra dell'amatissimo figlio avuto da una precedente relazione (anche mio nonno era un po' di spirito dannunziano), partecipò alla fondazione della Biblioteca Universale Rizzoli, la BUR, e poi diresse la libreria Rizzoli in Galleria a Milano. Giuseppe stravedeva per la sua bambina, e mia madre rimpiangerà sempre di non aver potuto essere fino in fondo la sua erede intellettuale, come lui avrebbe desiderato.

Questa lunga divagazione per cercare di spiegare quale particolare forma mentale avesse mia madre, che forse aveva molti difetti, ma era uno spirito libero, refrattario alle convenzioni di ogni genere, a suo modo un'intellettuale bohémienne.

Così, conti alla mano, Scerbanenco scopre che lui e la sua nuova famiglia possono vivere soltanto con gli introiti delle collaborazioni e dei romanzi, prova, questa, di quale successo avesse mio padre tra le lettrici.

Sostenuto dalla sua giovane compagna, mio padre compie questo rischioso salto nel vuoto e, a metà 1964, si licenzia da Rizzoli.

Si trasferisce subito a Lignano Sabbiadoro, sulla costa del Friuli, con me e mia sorella bambine e con mia madre. Allora Lignano era una località selvaggia, con la pineta che scendeva sulla spiaggia, tante dune e poche costruzioni, avanguardie di un grande piano di sviluppo disegnato da grandi architetti. D'estate i turisti cominciavano a riversarsi sulla spiaggia, ma d'inverno diventava e diventa ancora oggi un luogo magico, pochi abitanti che si conoscono tutti, le infinite sfumature di grigio del mare e del cielo su chilometri e chilometri di spiaggia deserta. Ed è qui, in questo posto inaspettato, che nascono i romanzi noir, alcuni ambientati proprio a Lignano, come Al mare con la ragazza, rosa/nero aspro eppure carico di compassione, che non ha nulla da invidiare al ciclo di Lamberti.

Infatti, l'anno dopo, nel 1966, esce per Garzanti il primo di una serie di romanzi per nulla politicamente corretti: Venere privata. Come editor entusiasta e mentore, c'è un amico di Scerbanenco, e uno dei maestri dell'editoria moderna, Oreste Del Buono. Mio padre gli inviò alcune cartoline di Lignano, in cui lo metteva e poi lo teneva al corrente dei suoi piani. A Del Buono Lignano non parve molto promettente, al contrario del romanzo. Appena letto il dattiloscritto, inviò un telegramma entusiasta allo scrittore e lo fece immediatamente pubblicare.

Su Venere privata è stato scritto molto e da chi ha più competenza di me: sullo stile, quasi un dialogo mentale ininterrotto (tecnicamente: stream of consciousness, lo scorrere della coscienza), dove saltano punteggiatura e gerarchia delle frasi, mentre qua e là compaiono dei neologismi e abbondano le ripetizioni, mediate dal parlato e dalle regole dell'arte oratoria. Sulla trama che, partendo da un fatto di cronaca (le foto osé scattate con una macchina particolare, troppo particolare), racconta una storia di miserie tutte italiane, di giovani donne alla ricerca di una vita migliore, del primo apparire di una malavita strutturata, imprenditoriale, non più di sopravvivenza. Sui personaggi femminili, soprattutto Livia Ussaro, la signorina Argomenti Generali, filosofa kantiana, razionale e maschile, ma anche sulla sorella di Duca, Lorenza, dolce, buona e infelice.

Moltissimo, poi, si è detto di Duca Lamberti, un investigatore atipico per l'epoca, disincantato e arrabbiato, immerso nella folla e nella sua città, tra mafie, seduttori, ipocrisie di ogni specie e grandezza. Duca Lamberti, che, dice di sé: «Non dormiva, semplicemente perché, dopo quell'esperienza, il mondo intorno non gli piaceva più». L'esperienza, per Duca, è la prigione per aver aiutato a morire una signora anziana e malata, tormentata da un crudele, avido primario. Ecco, nei romanzi di Lamberti, il suo aggressivo e per nulla politicamente corretto alter ego, forse Scerbanenco può finalmente far venire a galla il motivo per cui anche lui, come il suo personaggio, non riesce a dormire.

© 2022 La nave di Teseo editore, Milano

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