“Cry Macho” di Eastwood: la lezione di mascolinità sana di un uomo vero

Il grande cineasta dirige se stesso in un road movie che è anche un western moderno dalle tinte sentimentali e drammatiche. Un film che profuma di congedo e sottolinea i valori che contano

“Cry Macho” di Eastwood: la lezione di mascolinità sana di un uomo vero

Con Cry Macho - Ritorno a casa l'infaticabile e inarrestabile novantunenne Clint Eastwood torna al cinema nella doppia veste di regista e interprete.

Il quarantesimo lungometraggio firmato dal texano dagli occhi di ghiaccio è un road movie con protagonista un cowboy alle prese con le riflessioni e i sentimenti che nascono nella vecchiaia.

Lo sceneggiatore è lo stesso di un capolavoro come “Gran Torino” e del bellissimo “Il corriere – The Mule”, ma il film appare meno ispirato e incisivo di quelli.

Complice lo sguardo sulla fine della vita regalato dall’età, Eastwood si concede tracce di retorica e qualche sdolcinatezza, sfumature che però non lo snaturano, anzi arricchiscono e ingentiliscono il suo sguardo sul mondo e rendono più carezzevole quello che è un lungo addio.

L’iconico cineasta, adattando l’omonimo romanzo di N. Richard Nash, imbastisce una storia sulle seconde occasioni e sui potenziali nuovi inizi che accompagnano un essere umano fino all’ultimo dei suoi giorni. Lo fa traendo spunto dal bilancio esistenziale di un uomo consapevole dei propri errori passati ma anche capace di lasciarseli alle spalle e affacciarsi al domani che resta.

Milo (Eastwood) è un ex campione di rodeo la cui carriera si è interrotta dopo un grave infortunio alla schiena. Deve un favore al suo ex capo, così accetta di andare a Città del Messico per recuperarne il figlio tredicenne, ora in balia della madre ubriacona, e riportarlo in Texas. Il ragazzino inizialmente si dimostra ostile ma poi decide di andare, portando con sé il suo affezionato gallo chiamato Macho. L’improbabile coppia formata dal piccolo criminale in erba e dal vetusto cowboy, inseguita dagli scagnozzi materni, va cementandosi sulla via del ritorno: i due, complici le peripezie che si trovano ad affrontare, imparano a conoscersi e a rispettarsi.

“Cry Macho”, anche se in maniera mai smaccata, costituisce un testamento esistenziale e cinematografico.

Nella struttura narrativa risuonano in parte quella di “The Mule”, di “Million dollar baby” e perfino de “I ponti di Madison County”. Il cappello, gli abiti e l’ironico disincanto sono gli stessi dei western che hanno consegnato alla storia del cinema un Eastwood che ora ha imparato a impreziosire certe ruvidezze di inusitata dolcezza.

Il suo personaggio è un uomo stanco di tutto ma pacificato dall’aver accettato l’avanzare dell’età e che, complici un paio di legami imprevisti, si ritrova in un’avventura in grado di regalargli ancora appieno il sapore e il senso dell’esistenza. Nello scortare e formare un giovane per un tragitto seppur breve e nel concedersi il lusso del bagliore di un ultimo ipotetico amore, l’anziano cowboy ha il suo riscatto.

Suggestive location messicane (splendidamente fotografate da Ben Davis) fanno da sfondo a momenti anche teneri, in cui Mike/Eastwood riflette a voce alta su come il machismo sia sopravvalutato. Lui, che ne ha smascherata la futilità, è in grado di sapere che essere uomini significa attraversare la vita brandendo un codice morale fatto di onore e rispetto.

L’onestà con cui abbraccia l’invecchiamento non viene certo messa in dubbio dal porsi al centro di diverse lusinghiere attenzioni femminili. Semplicemente è consapevole che sia saggio essere capaci di godere dei piccoli e grandi piaceri che l’esistenza concede.

Crepuscolare in maniera elegiaca ed epico nel suo romanticismo nostalgico, “Cry Macho” è un viaggio condotto con calma, maestria e sicurezza.

Le critiche a certe sbavature del film sono contingenti e inutili di fronte al miracolo di avere ancora la possibilità di confrontarsi con un mito vivente (e purtroppo unico) della portata di Eastwood.

Se è vero che la grandezza di un individuo si misura da quel che lascia dietro di sé, si può essere solo grati a chi sceglie di chiudere il cerchio

come fa lui in “Cry Macho”, ossia ricordandoci che i colori del tramonto sono gli stessi dell’alba, perché sia chi si affaccia alla vita sia chi si prepara a lasciarla possa farlo nel segno della speranza.

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