"Cuore", rivoluzione rosa in ospedale

Da domenica sera parte la serie "medical" con Daniele Pecci protagonista

"Cuore", rivoluzione rosa in ospedale

Passano le mode, scorrono le ere, eppure c'è un genere tv che -inamovibile- continua a macinare ascolti. Perché hanno un bel dire, autori e interpreti di Cuori, che la nuova serie di Raiuno (in onda da domenica 17) non è un «medical»: che cioè non sarebbe l'ennesima fiction ospedaliera. Ambientata in un vasto e noto nosocomio (le Molinette di Torino) e incentrato sulle quotidiane battaglie operatorie del primario Corvara (Daniele Pecci), del cardiochirurgo Ferraris (Matteo Martari) e della cardiologa Brunello (Pilar Fogliati ), se non è un «medical» certo gli somiglia parecchio.

«Mi rendo conto che possa sembrarlo ammette il regista Riccardo Donna-. Ma non segue i paradigmi tipici del genere. L'ospedale è solo il suo contenitore: i cuori del titolo non sono solo agli organi vitali su cui operano i medici; ma i sentimenti di cui quegli organi sono gli ideali custodi. E se i primi si possono spesso curare, dai secondi è talvolta più difficile guarire».

La differenza la farebbe l'epoca in cui si svolge la storia, ambientata nella Torino del 1967 - quella in cui il professor Dogliotti per primo sperimentava la macchina cuore-polmone e il professor Actis Dato brevettava il primo cuore artificiale- e quindi i pregiudizi che una delle prime cardiologhe donna (la Fogliati) «deve affrontare all'interno di un ambiente medico ancora tutto quasi esclusivamente maschile».

Delle donne in camice bianco i primi a non fidarsi, infatti, sono proprio i pazienti; seguiti a ruota dagli stessi medici donne, ancora succubi dell'ottica maschile («Allacciati il camice, non indossare la minigonna, non esagerare col trucco», eccetera).

«Ma la Brunello ha studiato negli Stati Uniti racconta l'interprete Pilar Fogliati- e capisce che la fiducia deve guadagnarsela sul campo, a forza di diagnosi esatte». Se non è un «medical», insomma, Cuori sarebbe un «period»: «Cioè spiega Donna - una fiction in costume».

E proprio alla ricostruzione d'un mondo medico che, in cinquant'anni, è cambiato più radicalmente di altri, la produzione di Giannandrea Pecorelli per Aurora Tv s'è dedicata con scrupolo documentario: «Nell'impossibilità di girare all'interno del vero Le Molinette, a causa del Covid, lo scenografo Maurizio Zecchin ha ricostruito quasi un intero ospedale anni 60 » riassume il protagonista Daniele Pecci. «Non basta aggiunge il regista- Abbiamo recuperato gli autentici macchinari da sala operatoria di allora, ancora funzionanti, mentre medici e infermieri in pensione ci hanno insegnato le vecchie tecniche mediche, ormai superate. Perfino il tessuto dei loro camici è quello di allora: in cotone naturale invece che in fibra sintetica».

Nel riesumare così il clima di un mondo sanitario (e non solo) distante anni luce, lo stupore dei giovani interpreti fa quasi tenerezza. «Degli anni 60 sapevo pochissimo sorride la Fogliati-. Non immaginavo, ad esempio, che nei corridoi degli ospedali si potesse fumare».

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