Dai vichinghi ai pirati somali di oggi: quando issare la Jolly Roger è un lavoro

Peter Lehr racconta la genesi (econonomica) dell'arte dell'arrembaggio

Alla fine tutti abbiamo un'idea abbastanza romantica della pirateria (almeno quella d'altri tempi), e poco importa se l'abbiamo forgiata sui romanzi di Salgari o assemblata, più d'accatto, a partire dai film della saga Pirati dei Caraibi.

Di quest'idea vi resterà bene poco dopo aver letto il saggio di Peter Lehr: I pirati. Un ritratto dei predoni del mare dall'antichità ai giorni nostri (Mondadori, pagg. 304, euro 24). Lehr, che insegna al Centre for the Study of Terrorism and Political Violence dell'università di St Andrew in Scozia, compie una carrellata -piena di navi, vele e cannoni- che attraversa i secoli e mostra sconcertanti linee di continuità nell'attività dei pirati.

Certo, il mondo è cambiato moltissimo dal tempo dei flyboat e delle colubrine ai moderni barchini d'assalto armati di lanciarazzi, ma alcune aree che erano calde per la pirateria secoli fa, come il Corno d'Africa o il Golfo del Bengala sono, ancora oggi ad altissimo rischio di abbordaggio. Perché?

Come spiega Lehr il mare è molto meno controllabile della terra ferma e, quindi, resta lo spazio ideale del ribelle. Non bastasse, in mare spesso viaggia un enorme quantitativo di ricchezza concentrata, poco importa se si tratta di una moderna nave carica di prodotti ad alta tecnologia, o di un «galeone di Manila» carico d'oro o d'argento, far sparire una porta container è più facile che far sparire un treno. Per non parlare della prassi antichissima, e modernissima, di rapire gli equipaggi e chiedere riscatti.

Ma la vera chiave usata da Lehr per avvicinare pirateria antica e moderna è il lavoro. Per lo più fare il bucaniere è un mestiere e, spesso, viene scelto in quanto l'unico disponibile. Che si parli di vichinghi, delle grandi consorterie di pirati cinesi dell'Ottocento o dei pirati somali dei giorni nostri, quando la normale attività produttiva va in crisi la pirateria (assieme al contrabbando, di merci e di uomini) prende sempre piede. La dinastia Ming decide di bloccare i grandi commerci e le grandi spedizioni come quella dell'ammiraglio Zheng He (1371-1434)? Iniziano a proliferare i pirati nel Mar della Cina. Negli anni novanta del Novecento le nazioni del Corno d'Africa precipitano nel caos e i grandi pescherecci delle potenti compagnie straniere ne approfittano per sloggiare, con le cattive, dalle zone più pescose i locali? Il risultato è che le piccole barche degli autoctoni prima si armano per fare la guerra del pesce e, poi, passano alla pirateria vera e propria, tanto da costringere le flotte occidentali a intervenire in loco.

Sono solo alcune delle tantissime vicende raccontate da Lehr, che spazia dai bucanieri della Tortuga all'attacco alla Maersk Alabama nel 2009, passando per Edward Teach detto Barbanera.

Alla fine il lettore scoprirà che pirati si diventa non si nasce. E che i pirati più abili e fortunati hanno avuti quasi tutti carriere lampo, tornando poi alla vita normale. Chi ha pensato che l'avventura potesse durare troppo a lungo di norma è finito male, ucciso in mare, o malissimo, su un patibolo o in un carcere di massima sicurezza.

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