Quella dolce morte raccontata con sobrietà

Il titolo non deve tranquillizzare. Nasconde una punta di cinismo tenuta in piedi da un paradosso

Quella dolce morte raccontata con sobrietà

Il titolo non deve tranquillizzare. Nasconde una punta di cinismo tenuta in piedi da un paradosso. Il tema - l'eutanasia - è quanto mai attuale e c'è chi preferisce chiamarlo «suicidio assistito». Ma se «è andato tutto bene» c'è poco da stare allegri. E il film è l'adattamento di un romanzo con lo stesso titolo in cui il regista francese François Ozon gioca, per così dire, in casa. L'autrice del libro è stata infatti una sua sceneggiatrice, Emmanuèle Bernheim, morta di tumore ai polmoni nel 2017 a soli 61 anni. L'esperienza è occorsa a lei stessa dopo che il padre, rimasto offeso dalle conseguenze di un ictus, le ha chiesto appunto di farla finita. A questo punto, l'abilità di Ozon e il pregio del film stanno nella singolare tecnica di narrazione che spiazza tutti. Chi pensa di trovarsi davanti a un film ideologico che tira la volata alla liberalizzazione della dolce morte si scoprirà fuori strada. Come pure resterà sorpreso chi si aspetta un film malinconico e lacrimevole. Si sorride perfino, qua e là, perché il cinico gusto del paradosso di cui sopra domina la trama e non solo il poster. Un vezzo di Ozon che anche in Grazie a Dio aveva trattato la pedofilia della chiesa di Lione, argomento spinoso assai, dietro un titolo apparentemente fuorviante, se non provocatorio. Stavolta accade lo stesso sul fine vita. Una figlia poco incline accetta di aiutare il padre in un'occasione che si rivela anche una lunga confessione di vita. Il matrimonio con una Charlotte Rampling a dir poco glaciale. Un'omosessualità latente ma mai sbandierata. Il coraggio di dire basta infrangendo ogni regola. Perché in Francia, come in Italia, l'eutanasia non è legge e viene guardata con motivato e giustificato distacco. E forse proprio questo ha fatto passare alla chetichella quest'opera di Ozon all'ultimo Festival di Cannes. Cioè in patria. Invece il film merita e trova negli interpreti i volti più azzeccati. Tra gli altri anche la fassbinderiana tedesca Hanna Schygulla che assiste tecnicamente il paziente affinché... vada tutto bene. Colmo dei colmi e dei paradossi, ma tant'è.

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