Dolce vita senza posa. Scatti e segreti del Re dei paparazzi

Su Sky Arte potete scoprire le avventure di Rino Barillari, fotografo d'assalto

Avremmo potuto iniziare così, dando i numeri: Rino Barillari, 75 anni, 400mila fotografie in archivio, 163 ricoveri al pronto soccorso, 11 costole fratturate, una coltellata e 76 apparecchi fotografici fracassati. Ma The King of Paparazzi - La vera storia, documentario di Giancarlo Scarchilli e Massimo Spano appena proposto da Sky Arte (sempre disponibile on demand), non vuole raccontare solo la rocambolesca vita di uno dei nostri più importanti fotografi d'assalto che Fellini stesso definì «The King of Paparazzi», bensì costruire anche una storia parallela di Roma (caput mundi, e quindi dell'Italia) che, dalla mitica Hollywood sul Tevere, passando per la Dolce vita, arriva fino ai giorni nostri anche con le testimonianze di personaggi come Giuseppe Tornatore, Walter Veltroni, Giuliano Montaldo, Carlo Verdone, Enrico Lucherini.

La storia dunque di un italiano nato in Calabria, a Limbadi vicino Vibo Valentia, che con «150 lire in tasca, le scarpe bucate, la giacca rigirata di mio padre e il cappello di mio nonno» arriva a Roma esattamente come i migranti odierni: «I primi tempi si dormiva a Villa Borghese poi, per fortuna, conobbi un ragazzo che in via del Governo Vecchio affittava una stanza con due letti dove dormivamo, a turno, in sei». Di giorno a Fontana di Trevi segue gli scattini ossia «i fotografi che facevano le foto ai turisti» e da lì «i fotografi d'assalto, quelli che hanno dato l'immagine del nostro paese che tutti ci invidiano».

E il nostro impara così bene il mestiere che su di lui nasce la frase «Dio ti vede, Barillari pure». Tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta, l'obiettivo di Rino Barillari fotografa il jet set che ha fatto sognare il mondo e che, nella Capitale, stretto nel quadrilatero tra via Veneto/Fontana di Trevi/via Condotti/Piazza di Spagna, si muove tra lusso, amori, scandali, glamour.

Ecco le istantanee di meteore dalla carriera fulminea come Irina Demick, con la tigre al guinzaglio, seduta ai tavolini di via Veneto dove si stava divisi per bande: Rosati occupato da Flaiano e Gassman, Doney da Visconti, Patroni Griffi e Berger, a debita distanza Antonioni e Vitti. Mentre sul marciapiede potevi incontrare una star come Kirk Douglas o Walter Chiari con Ava Gardner, oppure ancora vedere Ursula Andress e Fabio Testi scappare via su una spider, proprio come Alberto Sordi in una delle rare foto con un'amica.

Poteva pure capitare qualche incidente come quando Sylva Koscina, coinvolta in un tamponamento, sembrava mezza morta. «Corro da lei racconta Enrico Lucherini, il press agent delle dive la trovo immobile e le urlo: «Vuoi che chiamo l'ambulanza?». «Ma che sei idiota? Chiama i fotografi!», fu la sua risposta».

Poi certo c'è tutta una serie di scatti in cui i divi ieri come oggi non stavano al gioco e s'inalberavano, per usare un eufemismo. Helmut Berger non fu certo felice di essere ritratto mentre faceva pipì per strada, come Mastroianni del resto, «ma dice il fotografo le sue foto non le pubblicai, per Marcello chiusi un occhio». Ecco la stessa Ava Gardner atterrarlo con un calcio ben piazzato proprio lì, Liz Taylor sorpresa con Onassis lanciargli lo champagne oppure Peter O'Toole, paparazzato con Barbara Steele, spaccargli in testa la macchina fotografica. Barillari si ritrovò con 4 punti all'orecchio e una fortuna in tasca: «Ero minorenne, alla fine l'attore dovette pagare un milione di lire a mio padre». Da lì perfezionò una tecnica micidiale: «Ero diventato un esperto nella provocazione. Quando alle tre di notte stai di fronte a un locale e, all'improvviso, esce un personaggio importante, non puoi fare solo una foto che non ti serve a molto. Allora gli vai sotto col flash, lui sbanda, si nasconde, magari è pure un po' alticcio, e quelle foto fanno il giro del mondo».

Ma la Dolce vita e gli anni Sessanta sono al capolinea, soppiantati da quelli di piombo. Altre foto fanno il giro del mondo e Barillari è sempre lì a scattare, lavorando con Angelo Frignani, capocronista del quotidiano Il Tempo di Renato Angiolillo prima e di Gianni Letta poi. Sono gli anni Settanta con il rapimento Getty, il sequestro Moro nel 1978 e poi, all'improvviso, un anno dopo, sulle onde della radio della Polizia, l'annuncio in diretta: «Colpi armi da fuoco a piazza Nicosia». Lui, sempre all'ascolto, si precipita. C'è appena stato un inedito e poco ricordato attacco armato delle Br alla sede regionale della Democrazia cristiana. A terra rimangono due poliziotti con cui Barillari solo qualche ora prima aveva preso il caffè al bar. La vita non più dolce.

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Commenti

michelemichelino

Ven, 20/11/2020 - 12:12

Però nella street photography e nella paesaggistica, fotograficamente parlando, l'Italia non è messa molto bene rispetto a nazioni che sono molto più avanti...