“La donna alla finestra”, film alla Hitchcock, spreca un cast stellare

Il nuovo film di Joe Wright appare mediocre non tanto paragonato all’inarrivabile “La finestra sul cortile”, quanto rispetto alla media dei thriller psicologici degli ultimi anni

“La donna alla finestra”, film alla Hitchcock, spreca un cast stellare

La donna alla finestra, ora disponibile su Netflix, porta la firma di Joe Wright (“Orgoglio e pregiudizio”, “Anna Karerina”, “L’ora più buia”), che ha adattato per il grande schermo il romanzo omonimo scritto da A. J. Finn ed ha ingaggiato un cast all star.

Ci si sente benedetti all’idea di veder interagire sullo schermo in un colpo solo campioni della recitazione come Amy Adams, Julianne Moore, Gary Oldman e Jennifer Jason Leigh. In realtà scopriamo presto che Oldman e Moore hanno parti piccole, che quella della Leigh è praticamente una comparsata e che queste non saranno le uniche delusioni del film.

Anna Fox (Amy Adams) vive in un grande appartamento a New York, con un gatto per unica compagnia. Sebbene sia una terapeuta, non è in grado di uscire di casa in quanto soffre di una brutta forma di agorafobia. In cura a sua volta da un medico che ne supervisioni le condizioni psicologiche, la donna ha anche problemi nella gestione dei farmaci, che spesso associa pericolosamente ad uno smodato consumo di alcool. Quando nella casa di fronte si stabilisce una nuova famiglia, i Russell, ha occasione di venire a contatto prima con il figlio e poi con la madre, simpatizzando con entrambi in momenti differenti. Tutto cambia quando una sera, spiando dalla finestra, si convince di aver assistito all’omicidio della signora Russell (Julianne Moore) per mano del violento e irascibile capofamiglia (Gary Oldman). Una volta arrivata la polizia, però, l’uomo si presenta con accanto un’altra donna (Jennifer Jason Leigh) dimostrando che sia lei sua moglie e screditando quindi la versione di Anna. Chi ha ragione? Cosa è realtà e cosa allucinazione? Cosa è veramente successo e a chi? Anna inizierà una sua indagine personale ma, essendo sotto il pesante effetto di antidepressivi, entrerà in uno stato confusionale sempre più marcato.

Film dai tratti hitchcockiani, “La donna alla finestra” richiama tutto un filone di drammaturgia cinematografica con protagonista qualcuno che, immobilizzato in un luogo, vede accadere eventi da un punto di vista obbligato e privilegiato. La mente va a “La finestra sul cortile”, di cui “La donna alla finestra” in alcuni momenti pare quasi un remake, ma anche alle vertigini disorientanti de “La donna che visse due volte”.

Tuttavia più che nel blando tentativo di emulare Hitchcock, “La donna alla finestra” regala un piccolo sogno cinematografico quando ritrae situazioni di grande autenticità come quella della chiacchierata tra nuove amiche (nella fattispecie la coppia Adams e Moore), scena che vorremmo potesse estendersi per l’intera durata del girato. Invece, dopo quella e dopo un paio di ancor più brevi apparizioni di Oldman nei panni di chi pare avere un problema di gestione della rabbia, di notevole resta poco. Viene dato ampio respiro al viaggio sempre più allucinato della protagonista, tra flashback di un evento traumatico che la sua mente ancora non decifra e passeggiate alcoliche nei meandri più oscuri della sua psiche.

Da spettatori siamo certi che la narratrice sia in parte inaffidabile e che attorno a lei stia capitando qualcosa di terribile, eppure l’insieme desta dubbi non nella maniera in cui dovrebbe, perché la gestione dei colpi di scena e delle false piste è confusionaria.

“La donna alla finestra” sembra sia stato curato alla perfezione in fase progettuale, eppure sono diverse le cose che non funzionano, come ad esempio la partitura tonale: laddove i dialoghi si fanno smaccatamente teatrali si assiste a vere e proprie stonature. Inoltre gli omaggi meta-cinematografici (la protagonista guarda vecchi film noir) appaiono un po’ gratuiti e le scene che strizzano l’occhio all’horror sono viste e riviste. Nel complesso, una delusione.