Ernst Jünger, "il sardo" Dalle scogliere di marmo agli scogli di Carloforte

Nei tre scritti, fra il racconto e il saggio, l'Isola rappresenta la fuga dalla civiltà della tecnica

Sancio Panza desiderava diventare governatore di un'isola nell'illusione di essere, chissà, proprietario della vita e della sua pienezza. Non è questo il più comune dei sogni?

Ognuno di noi accarezza l'idea di ritirarsi su di un'isola, magari deserta, rigogliosa e carica di frutti, come in un ritrovato paradiso perduto del quale si avverte in petto l'invincibile nostalgia. È un sogno ricorrente che riguarda gli uomini comuni ma anche i grandi uomini da Platone a Ernst Jünger (1895-1998). Ma se l'isola di Platone sfocia nel mito dell'età dell'oro, l'isolamento di Jünger approda sulle sponde della Sardegna con l'intento di sfuggire dalla civiltà moderna e ritrovare la Grande Madre ossia un mito, ancora una volta. È un argomento insidioso questo dell'isola e Jünger lo sapeva bene, così bene che proprio all'inizio del racconto San Pietro scrive che non sono isole solo quelle che appaiono come «sabbia sul mare, ma tutto è isola, anche i continenti, e la terra stessa è un'isoletta nel mare di etere». Benvenuti sull'isola di Jünger.

Autunno in Sardegna, che prende il titolo da uno scritto del 1965 dell'autore Nelle tempeste d'acciaio, è un testo, ora edito da Le Lettere (pagg. 100, euro 14), che raccoglie tre racconti-saggi il cui filo conduttore è la Sardegna e l'amore che Ernst Jünger nutriva per questa terra (dove passò diverse vacanze tra il 1955 e il 1978): San Pietro, Serpentara e, appunto, Autunno in Sardegna che è la prima parte dello scritto Terra sarda. Un itinerario attraverso il museo di Cagliari. Ne scaturisce un viaggio in Sardegna o in un'isola dello spirito dove lo scrittore tedesco era solito ritirarsi come in un bosco o in una tonnara o in una radura in due periodi dell'anno: in primavera e alla fine dell'estate quando «il caldo non è più estenuante come nel pieno dell'estate, ma il sole possiede ancora un certo vigore». Questi «scritti sardi» di Jünger sono successivi alla svolta del suo pensiero e della sua vita che cade esattamente nel 1932 con la pubblicazione de L'operaio. Però, proprio perché si tratta di saggi, racconti, memorie posteriori alla svolta un po' come avviene con Martin Heidegger assumono un particolare significato in cui Jünger cerca una via di fuga dal mondo moderno tecnicizzato e lavora sul suo stesso spirito e la sua esistenza. La Sardegna, allora, per ripetere le parole di Henri Plard, riportate da Mario Bosincu che cura il testo e scrive una intensa introduzione, rappresenta l'attrazione fatale di Junger per l'Isola, come se cercasse «entro il mondo un mondo che non appartiene già più al mondo, una stazione confinaria ai margini del tempo».

Non è tutto affascinante? Certamente. Tuttavia, senza complicare eccessivamente le cose e senza cadere nell'equivoco di un Jünger ingenuo, che non si renderebbe conto dell'arcaicità del piccolo mondo antico sardo ormai prossimo alla scomparsa, ciò che più piace di questi scritti e, in particolare dell'Autunno, è «vedere» lo scrittore ribelle immerso nella natura e in un paradiso perduto ma non tanto perduto perché reale, fatto di terra e mare, fichi e susine, pesci e uccelli, contadini e pastori e donne che «portano sulla testa ampi cesti di vimini» e «l'Eros che si nasconde nel mondo sotto forma di una potenza fondamentale». Ciò che davvero qui Jünger cerca è ha ragione Bosincu la pienezza della vita e crede di trovarla nella forza della natura, nei «giorni dorati», nel sole e nella sabbia, nei colori, nell'olio e nella farina, nei profumi e in una cucina mediterranea saporita e saporosa, tanto che il forestiero «tornato al Nord ne sente per un po' la mancanza; ha l'impressione che una cucina incolore sia offerta al suo palato ed in generale al regno dei sensi». Ah, questi Tedeschi! Che si chiamino Goethe, che si chiamino Nietzsche, che si chiamino Jünger si portano dentro la dolcezza dell'Italia e della Grande Madre mediterranea che qui con Jünger, passando dalle scogliere di marmo agli scogli di Carloforte, diventa Sardinia sive natura.

Tanto più è rapida la «lingua planetaria» della tecnica moderna e tanto più Jünger vuole vivere intensamente l'autunno sardo. E lì, nella Sardegna del sud, dove anch'io ho lasciato le immagini mitiche e perciò forti della mia infanzia, Jünger ha un anfitrione che si chiama Valentino e che possiede parecchi orti con verdure, pozzi, vigneti, frutteti. Il preferito dello scrittore era proprio il «piccolo frutteto al confine con la laguna del Rio Campus». Cos'era? Difeso da un muro diroccato e dai cespugli di more, il frutteto è per Jünger «simile al giardino dell'Eden, silenzioso, quieto, intatto». Sembrava che non avesse bisogno del «lavoro dell'uomo» e tutto cresceva in abbondanza: «Le viti si levavano come erbacce in mezzo all'erba alta. Ma, se le si toccavano, apparivano cariche di frutti». C'erano fichi buonissimi e un piccolo susino mostrato dall'anfitrione: «Il frutto era sottile ed allungato come un'oliva particolarmente grande, di colore giallo-oro e di una dolcezza quale io non ricordavo di aver mai assaporato ad una tavola del Nord o del Sud». Era l'isola nell'isola di Jünger: «L'oasi in cui rifugiarmi».

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