"Ghostbusters: Legacy" omaggia il passato e dà al brand un futuro

Avventura per ragazzi piena di citazioni al cult del 1984, vuole piacere ai vecchi fan ma soprattutto conquistarne di nuova generazione

"Ghostbusters: Legacy" omaggia il passato e dà al brand un futuro

Ghostbusters: Legacy, ora al cinema, è la rispettosa evoluzione di un brand cinematografico. Non diventerà di certo un cult per le nuove generazioni, né appagherà la sete dei vecchi fan di una grottesca anarchia oramai non replicabile, ha però il merito di far dimenticare il disastroso passo falso del 2016 (il remake al femminile con star comiche americane), ma soprattutto di accontentare un pubblico dall’età eterogenea.

La scelta di declinare il futuro di un mito in un blockbuster per famiglie forse era l’unica percorribile, quella di un compromesso tra ciò che è stato e ciò che sarà, un racconto tutto sommato indovinato e carezzevole.

A regalare una punta di commozione, del resto, c’è il fatto che il film sia in tutto e per tutto un affare di famiglia. In un gioco di specchi la finzione si mischia alla vita: nella storia si racconta il passaggio di consegne tra un defunto ghostbuster e la sua progenie, nella realtà la regia passa dalle mani di chi firmò i primi due Acchiappafantasmi, Ivan Reitman, a quelle del figlio Jason.

Il titolo italiano è quindi esauriente con quel “Legacy”, ossia eredità, ma non era certo in errore quello originario americano, “Ghostbusters: Afterlife”, dal momento che il film è dedicato all’attore scomparso della triade originaria, Harold Ramis, mentre sullo schermo tutto muove proprio dalla dipartita del personaggio da lui interpretato, Egon Splenger.

Una continuità ideale sancita dal legame di sangue da un lato e dalla missione ereditata dall’altro, dentro lo schermo così come fuori.

Veniamo alla trama. Phoebe Spengler (Mckenna Grace) è una preadolescente con difficoltà a integrarsi tra i suoi coetanei: appassionata di scienze geniale, ha un’indole solitaria. Ancora non sa di essere la nipotina di un celeberrimo acchiappafantasmi, quando la madre Callie (Carrie Coon) impone a lei e al figlio maggiore, Trevor (Finn Wolfhard), di trasferirsi in una cadente fattoria dell’Oklahoma ereditata dal defunto nonno dei ragazzi. Nella sperduta cittadina, questa famiglia poco convenzionale indagherà sul motivo per cui si stanno verificando numerose scosse sismiche che sembrano provenire da una vecchia miniera. A dare man forte, un professore, Mr. Grooberson (Paul Rudd), e un compagno di scuola, Podcast (Logan Kim).

Il regista costruisce la storia attorno a una protagonista femminile, come fatto in passato nei suoi splendidi “Juno” e “Young Adult”. Strizza poi l’occhio allo spettatore moderno ambientando il racconto in una compagine che richiama un prodotto derivativo come "Stranger Things", serie con cui il film ha anche in comune un interprete. Lo spettatore over 40, invece, resta avviluppato da un’atmosfera che sembra uscita da un coming of age Anni 80, su tutti “I Goonies”.

Bisogna dare il merito a Reitman di saper spendere le citazioni fanservice senza mai cadere nell’agiografia, ma resta indubbio che la rievocazione nostalgica funzioni continuamente da piccolo ricatto emotivo e non ci sia traccia del graffio e della comicità stralunata di un tempo.

“Ghostbusters: Legacy” vorrebbe fondere due epoche, come si trattasse dell’affettuoso incrocio di flussi tra gli acchiappafantasmi d’antan e chi ne ha ereditato la missione. Nel complesso funziona, ma più che di vera integrazione si tratta di semplice compresenza tra attori (Bill Murray, Dan Aykroyd, e Ernie Hudson) e oggetti cult di allora (la trappola, lo zaino protonico, la Ecto-1 con la famosa targa ecc.) e le nuove leve destinate a dare un futuro a quell’immaginario.

Vietato abbandonare il film senza aver atteso le due scene post-credits.

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