Nuovi suoni, stesse voci. Torna dopo 40 anni la band di "Mamma mia". Ed è Abba-gliante

Nuovi suoni, stesse voci. Torna dopo 40 anni la band di "Mamma mia". Ed è Abba-gliante

«Gli Abba sono ancora in giro» dice Benny Andersson e non ha tutti i torti visto che la band svedese contabilizza ancora 16 milioni di stream globali alla settimana, una cifra da fare invidia a tanti artisti che continuano a pubblicare nuove canzoni per non perdere il contatto con il pubblico. Gli Abba no. Sono rimasti tali e quali (ogni riferimento al programma di Raiuno non è casuale) e gli streaming li premiano manco fossero trapper dell'ultim'ora.

E figurarsi quanti milioni saranno da oggi, visto che esce il loro primo disco da 40 anni, dicesi quaranta, un periodo che nel mondo della musica vale dieci ere geologiche. Si intitola Voyage e non ha alcuna sorpresa (per fortuna), dieci canzoni, dieci pezzi di Abba a formare il solito, rassicurante identikit. Sono rimasti esattamente come il pubblico li conosce e ha imparato ad amare grazie a brani come Fernando, Waterloo, Mamma mia che tuttora passano in radio o diventano tracce per sigle e servizi tv.

«Lo studio di Benny - spiega Agnetha Fältskog - è un ambiente così amichevole e accogliente che, prima ancora di accorgermene, mi stavo già divertendo». Benny spiega di aver chiamato il disco Voyage perché è «un viaggio in territori inesplorati». Oddio, forse è un po' fantasioso perché già i primi due singoli I still have faith in you e Don't shut me down hanno i cromosomi immediatamente riconoscibili, specialmente ora. Dopo quaranta anni, la musica che gira intorno è completamente cambiata e quindi la formula Abba risulta non solo riconoscibile ma praticamente unica. Nell'epoca dell'autotune e della voce modificata, loro cantano e i loro impasti vocali sembrano realmente fuori dal tempo (citano anche la loro Sos nel bel nuovo brano Keep an eye on Dan). Mentre le melodie che riempiono le classifiche sono scandite in «barre» rap, loro hanno strofe fluide e armoniose. E non c'è alcuna sinergia con compagne social o annunci stravaganti. «Lavorare ancora in gruppo è stato bellissimo», spiega Anni-Frid Lyngstad, per tutti Frida. Per loro quattro, che una volta erano due coppie sposate, è stato un ritorno insieme che si attendeva da almeno venti anni, cioè da quando era stata addirittura avanzata l'offerta di un miliardo di dollari per fare un tour insieme.

Stavolta non ci sarà un tour, ma un insieme di concerti. Concerti molto particolari, tra l'altro. Dal 27 maggio andranno in scena all'Abba Arena di Londra (costruita appositamente) con una band sul palco e i loro ologrammi. Per capirci, i quattro «avatar» sono il frutto di interminabili sessioni durante le quali i quattro artisti sono stati collegati a decine di sensori simili al Tesmed che hanno registrato tutti i loro movimenti. Non ci sono ma è come se. E le loro voci saranno quelle di allora.

Potrebbe sembrare stucchevole e persino macabro, se non altro perché spettacoli del genere sono stati organizzato in passato per artisti che non ci sono più.

Ma, vista l'euforia nelle prevendite, questa scelta intercetta i gusti del pubblico, se non altro perché Benny, Frida, Bjorn e Agnetha non hanno costruito la loro carriera sull'immagine (peraltro molto folk e un pure cheap). Ma sulle canzoni. E quelle hanno solo bisogno di essere suonate, mica viste.

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