Hollywood dà i numeri sull'equazione «magica» per fare film di successo

Dal linguaggio ai giudizi degli spettatori: il computer stabilisce come creare un trionfo al botteghino. Registi e sceneggiatori infuriati

Hollywood dà i numeri sull'equazione «magica» per fare film di successo

Altro che sceneggiature di ferro, con Mario Monicelli e Suso Cecchi D'Amico a drogarsi di caffè e sigarette negli anni '60, chini fino all'alba sui copioni delle loro opere. L'epoca in cui scrivere bene un film equivaleva a dare anima e sangue può finire per sempre: scocca l'ora della sceneggiatura elettronica generata da calcoli e algoritmi che, incrociando database, creano il blockbuster perfetto. Basta con le emozioni e le improvvisazioni sul set; fine delle noiose interazioni fra scrittori e registi, affannati a cercare la battuta giusta o la frase a effetto. Ecco il film che piace a tutti e che incassa dappertutto, concepito tramite analisi statistica dei soggetti cinematografici. Stando al New York Times, è l'ennesima idea di Hollywood e dei suoi studi, alla ricerca di novità che facciano bingo.
A promuoverla è il 39enne italoamericano Vincent «Vinny» Bruzzese, ex-professore di Statistica alla State University di New York, il quale sostiene d'essere lontano parente di Einstein e d'aver azzeccato la formula del successo garantito sul grande schermo. Una prova? Gli incassi stratosferici di Il grande e potente Oz (484,8 milioni di dollari, il secondo incasso Usa, quest'anno), il cui script è stato processato da Mister Bruzzese, boss della Worldwide Motion Picture Group, e dal suo team, lesti all'analisi macro e/o granulare di elementi come recitabilità, registro linguistico e profiling statistico della sceneggiatura. Né manca lo «storico» dei giudizi emessi, in varie decadi, dagli spettatori all'uscita del cinema. Sistemi incrociati di analisi dati che Bruzzese estenderà ai musical di Broadway e ai prodotti televisivi. Certo, l'utilizzo mirato dei database non è cosa nuova: servizi media online come Netflix e Pandora usano da tempo gli algoritmi, per determinare che cosa guardano o ascoltano gli utenti, allo scopo di fornire i contenuti che avranno maggiore probabilità di successo.
Gli incrociatori di dati, insomma, sono sempre più richiesti dall'industria dell'intrattenimento che usa Facebook e i trailer in Rete per intercettare i gusti del pubblico e assecondarli in nome del business. Ma desta antipatia il concetto che ci si possa emozionare a comando, seguendo un cyber-andamento algoritmico che trasforma gli spettatori in marionette. «Capisco che scrivere è un'arte, che rispetto profondamente. Però tutti gli sceneggiatori pensano che la loro creatura sia bella. Io sono qui per dire: qualche bambino è brutto», spiega «lo scienziato pazzo che regna a Hollywood», come i detrattori chiamano Bruzzese, cacciatore di contenuti che chiede 20mila dollari a sceneggiatura processata. Non molto, per un'industria che fa investimenti multimilionari (in dollari) in prodotti che, poi, fruttano centinaia di milioni, tra sequel, dvd e blu-ray.
E mentre il signore degli algoritmi si difende dicendo che tale processo è guidato dalla gente e non dalle macchine, gli sceneggiatori di Hollywood sono sul piede di guerra. «Algoritmi per la creatività? Il mio peggior incubo. Nient'altro che il tentativo di creare prodotti omogeneizzati su larga scala», obietta Ol Parker, che ha scritto film di successo come Marigold Hotel. Gli fa eco Danny Boyle, sottolineando che «ormai il cinema sta soccombendo all'influenza di film-giocattolo come Star Wars, o come le animazioni per famiglia della Pixar». Considerando i trucchetti indicati da Bruzzese per sfornare la hit dei tuoi sogni, qualche dubbio viene. Dall'individuazione di «diavoli con un target preciso» all'«eliminazione delle scene al bowling», certe strategie creative fanno ridere. Sta di fatto che, se esiste una linea sottile fra arte e commercio, si potrebbero ridurre i rischi, mantenendo un certo livello. Scott Steinhoff, produttore che nel 2011 ha fatto processare The Lincoln Lawyer, nota: «Gli unici a opporsi sono gli scrittori. Io faccio arte, ma così posso fare più soldi». Altrimenti, perché Microsoft ha aperto uno studio a Santa Monica, mentre proliferano gli Amazon Studios? La competizione sui contenuti è al massimo: qui, o si cresce, o si muore.

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