I piccoli bolscevichi allevati come replicanti

Nei libri per bambini della Russia di Stalin, niente sentimenti e allegria, ma lavoro, Partito e delazione

I piccoli bolscevichi allevati come replicanti

I comunisti forse non mangiavano i bambini, ma certo li manipolavano. Anzi, ancora di più, bambini e ragazzi erano (in realtà sono: i regimi comunisti esistono ancora) materia da plasmare per costruire L'«uomo nuovo», che è il progetto fondamentale del comunismo. Questo infatti non è una dottrina economica, ma una religione secolarizzata il cui progetto è la rivoluzione antropologica: eliminare la natura umana, piena di vizi e di difetti, per costruire una nuova umanità perfetta. In qualche modo, il comunismo è stato il primo tentativo di trans umanismo, che oggi non a caso è nell'agenda di molti progressisti - e il comunismo non è altro che la variante più aggressiva e violenta del progressismo. Per costruire l'«uomo nuovo», plasmare i bambini è fondamentale: essi infatti sono la catena che collega il passato con il futuro. Tramite la famiglia accompagnano il passato nell'avvenire. Questa catena, che per Edmund Burke non doveva saltare, pena il mettere in crisi la comunità umana, per i comunisti invece doveva essere spezzata. Tutto il passato doveva essere cancellato, solo il futuro aveva senso: e per questo bisognava plasmare i corpi e le menti di bambini e ragazzi affinché le «superstizioni», come i comunisti definivano tutto ciò che apparteneva alla tradizione, fossero sradicate dall'animo dei fanciulli.

Tutto questo si squaderna di fronte ai nostri occhi dalla lettura di un volume di autori vari, frutto del lavoro storico di ricercatori russi e nord americani, sui libri per l'infanzia illustrati nei primi anni di vita dell'Urss (The Pedagogy of Images. Depicting Communism for Children, a cura di M. Balina e S.A. Oshakine, University of Toronto press). Il libro si sofferma soprattutto sull'Urss leninista e pre staliniana, quella in cui la carica rivoluzionaria e sradicatrice del progetto comunista fu più intensa - come sappiamo, a metà degli anni Trenta il regime staliniano, intensificando la repressione, smise di combattere almeno direttamente le «superstizioni» del passato, pur ovviamente mantenendo il progetto di costruzione dell'«uomo nuovo». Le immagini che accompagnano il testo sono perciò spesso bellissime perché negli anni Venti il comunismo cercò di coinvolgere le avanguardie artistiche, a cominciare dal futurismo russo. Niente realismo socialista, nei libri di scuola e di fiabe per i bambini, come invece sarebbe poi stato nello stalinismo: molto futurismo, costruttivismo e addirittura astrattismo.

La prima tara del passato da cui il comunismo nascente volle liberale i bambini erano i loro genitori e la loro famiglia. Non solo i figli venivano cresciuti nelle comuni, lontani da padre e madre, ma i libri per loro quasi mai facevano cenno all'amore filiale. Il piccolo bolscevico doveva amare prima di tutto la rivoluzione e il partito, fino a invitare a denunciare i genitori nel caso essi fossero apparsi troppi tiepidi o addirittura «contro rivoluzionari». Ovviamente, siccome il passato non poteva essere cancellato, le fiabe e i romanzi per l'infanzia della tradizione venivano ricomposti in chiave bolscevica: come nel caso del Bolscevico Tom, riscrittura in chiave comunista del Tom Sawyer di Mark Twain. Come scriveva Mikhail Il'in, il principale autore di libri per l'infanzia sovietici, «solo cambiando la natura il popolo potrà vivere meglio». E infatti tutti i libri per l'infanzia sono ispirati al controllo e alla manipolazione della natura, a cominciare da quella della terra, dei monti, dei fiumi e degli animali che i piccoli bolscevichi dovevano sforzarsi non di conoscere e di amare, ma di trasformare. Onnipresente è così il tema del progresso scientifico e tecnologico, con il mito della elettrificazione e della luce, fino a esperimenti di uomo macchina, anzi di bambino macchina. Il piccolo bolscevico perfetto era quello che riusciva a essere potente come una macchina: e non si tratta solo di una metafora, visto che nell'Urss furono condotti i primi esperimenti di creare una sorta di uomini bionici, fino al mito del bambino robot. Insomma, i piccoli bolscevichi dovevano essere una specie di pre-Terminator o di pre-Replicanti: per cui non siamo del tutto fuori luogo quando scriviamo che il comunismo era una sorta di transumanesimo alle prime armi.

A un certo punto nel volume è citato Lee Edelman, uno dei principali teorici del queer e del gender. E come infatti non ritrovare negli sforzi dei teorici e dei pratici del gender la medesima intenzionalità politica nei confronti della infanzia? Anche i teorici del gender scrivono che i bambini di oggi devono liberarsi delle superstizioni del passato, a cominciare da quella del sesso biologico. Naturalmente persino i comunisti più fanatici e seguaci del «libero amore» non arrivarono mai a mettere in discussione questo elemento della natura. Nei libri per bambini sovietici i bambini sono sempre bambini e le bambine, per quanto un po' mascoline, sempre bambine: non c'era spazio per un terzo, quarto o quinto «genere». Senza forse (forse) rendersene conto, gli attuali zeloti del Ddl Zan sono i seguaci ideali di quelli che un secolo fa volevano formare il piccolo bolscevico. E non viene loro in mente che il progetto comunista originario fallì soprattutto perché la natura umana e il suo legno storto non possono essere piegati: pena una società dell'uomo nuovo immensamente più orribile di quella che i progressisti vogliono trasformare.

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