I tesori di David Bowie. Ecco cover e ristampe a cinque anni dalla morte

Esce un vinile con le sue versioni di brani di Lennon e Dylan. Iman: "Dipingo come lui"

Mica sembra vero ma sono già cinque anni dalla morte di David Bowie. Dieci gennaio 2016, due giorni dopo il suo sessantanovesimo compleanno e la pubblicazione del suo ultimo disco in studio Blackstar, stella nera, evidentemente un segno del destino. L'«uomo delle stelle» è stato la vera icona postmoderna della musica leggera, uno dei simboli della cultura del Novecento. Qualcuno lo ha definito «il Picasso del rock», ma ha fatto torto a entrambi. Picasso scomponeva la realtà, Bowie ricomponeva la musica secondo il proprio gusto e, soprattutto, la propria sensibilità. È sempre stato il contrario di ciò che erano gli altri artisti, non per scelta ma proprio per totale indipendenza.

Non a caso ha impiegato un bel po' di tempo prima di farsi conoscere e riconoscere, visto che era così metafisico da riuscire soltanto con fatica ad ancorarsi a un tempo preciso. Per capirci, il suo primo disco omonimo, pubblicato oltretutto in contemporanea con il capolavoro Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band dei Beatles (primo giugno 1967), ricevette qualche lettera di elogio da parte di artisti famosi ma vendette poche copie, pochissime. Per farsi conoscere davvero aspettò lo sbarco sulla Luna, nel senso che il singolo Space Oddity uscì l'11 luglio del 1969, nove giorni prima dell'allunaggio dell'Apollo 11 e del «piccolo passo per l'uomo ma un gigantesco balzo per l'umanità».

Da allora David Bowie ha vissuto su di un satellite che incrociava idealmente la Terra soltanto per nuovi dischi o nuove tournèe. È stato Ziggy Stardust, è stato un Duca Bianco innamorato di Berlino, ha vissuto gli anni Ottanta come dovevano essere vissuti, ossia in uno scintillante successo esagerato. Let's dance. Lasciatemi ballare. Tra tutte le popstar, è stata la più rock. E tra tutte le rockstar è stata la più punk, perché soltanto un punk non sopporta di incartapecorirsi nello stesso ruolo e con lo stesso copione. Cambiare, sempre. Anche prendendo delle sberle commerciali (Tin Machine II del 1991 non è stato un gran successo...). Perciò Bowie è la meno scomparsa di tutte le stelle musicali che se ne sono andate negli anni 10. Ogni giorno in radio oppure su qualche playlist di Spotify si sente un nuovo brano di un nuovo artista che, accidenti, ricorda proprio quella o quell'altra canzone di Bowie o qualche sonorità o anche solo l'immagine (bravissimo in Italia Achille Lauro ad averlo ripreso e omaggiato facendolo proprio). In realtà, come ha spiegato qualche giorno fa la sua vedova Iman ad Harper's Bazaar, «tutti dicono che era un tipo futurista, ma no, non lo era, niente gli andava più a genio dell'idea di indossare un abito con il panciotto». In fondo era questo il segreto di Bowie, morto cinque anni fa probabilmente grazie a un'eutanasia dopo 18 mesi di lotta contro un tumore al fegato: confondere le idee. E lo dimostra anche il vinile che esce dopodomani 8 gennaio, nel giorno del suo 74esimo compleanno, con due cover niente male: Mother di John Lennon e Tryin' to Get to Heaven di Bob Dylan, due brani così distanti l'uno dall'altro da far capire quanto ampio fosse l'orizzonte creativo di Bowie. Iman l'ha riassunto senza volerlo proprio l'altro giorno: «David dipingeva, mia figlia Lexi dipinge, io non avevo mai dipinto in vita mia, ma ho cominciato. Ho imparato che non è necessario essere già capaci di fare qualcosa per cominciare a farla».

In oltre quarant'anni di storia musicale, Bowie ha spesso iniziato qualcosa senza sapere come fare. Ma l'ha fatto bene. Andando avanti passo dopo passo senza una rotta prestabilita. Insomma, Station to Station, stazione dopo stazione, come il titolo di uno dei suoi album più belli che sarà ristampato il 22 gennaio quarantacinque anni dopo la sua prima pubblicazione. Allora, era il 1976, sentiva forte la presenza dei Kraftwerk e Brian Eno, ma era attirato anche dalla magia nera e dalla cabala ebraica, in uno strambo pot pourri stilistico che soltanto lui era in grado di nobilitare alla propria maniera, inimitabile ma riconoscibilissima anche oggi a cinque anni dalla morte.

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