"L'ape ha meno neuroni di noi, però è capace di riconoscere un Monet"

Il neuroscienziato: "Per capire come funziona il nostro cervello, studio quello degli animali"

"L'ape ha meno neuroni di noi, però è capace di riconoscere un Monet"

Giorgio Vallortigara, neuroscienziato e professore all'università di Trento, da anni studia il cervello degli animali, perché è in questo modo che possiamo imparare moltissimo sul cervello... dell'uomo. E anche perché, quanto a raffinatezza e intelligenza, molti altri animali possono ben competere (se non superare) l'animale uomo. Come racconterà nel suo intervento al Festival dei sensi in Valle d'Itria (il 30 agosto, Masseria Pavoni, Martina Franca, ore 18), dedicato a «Sprazzi di bellezza. Esperienza estetica e illusione nel regno animale». E, anche, nel suo prossimo libro, che uscirà in autunno per Adelphi dal titolo Pensieri della mosca con la testa storta.

Professore, c'è un legame fra esperienza estetica e sviluppo del cervello?

«È negli organismi con sistemi nervosi più complessi che osserviamo gli ornamenti e le esibizioni più elaborati, come i giardini degli uccelli giardinieri, che sono costruzioni molto interessanti dal punto di vista psicologico: gli oggettini, infatti, sono disposti secondo le regole della falsa prospettiva, la stessa della scena in cui Sabrina Ferilli cammina fra le colonne del Borromini a Palazzo Spada ne La grande bellezza».

E come fa un uccellino a conoscere la falsa prospettiva di Borromini?

«Queste cose appartengono a un repertorio istintuale, il cervello degli uccelli giardinieri ha codificato un modo per disporre i sassolini, ma essi non ne hanno una rappresentazione esplicita, la quale, invece, appartiene alla nostra storia culturale. È come se questi animali lo sapessero, senza sapere di saperlo».

Tanta finezza estetica si ritrova anche ad altri livelli?

«Se si esce dall'ambito della selezione sessuale, e guardiamo i criteri con cui un insetto sceglie i fiori su cui posarsi, c'è altrettanta sofisticatezza. Poi ci sono studi sul riconoscimento degli stili pittorici nei piccioni, e anche nelle api. Quelli sui piccioni sono più noti, per esempio si può insegnare al piccione a distinguere lo stile di Monet da quello di Picasso; quelli sulle api sono più recenti e mostrano che si può insegnare anche a questi insetti a discriminare fra pittori diversi».

L'ape riconosce un Picasso?

«Per l'ape un dipinto è uno stimolo, come un girasole o una violetta. Una volta addestrata a riconoscere uno stile, anche di fronte a quadri nuovi, che non conosce, l'ape discrimina correttamente. E lo fa con 960mila neuroni, meno di un milione, mentre nel cervello umano la stima è di 86 miliardi...».

Una bella differenza...

«C'è poi un esperimento, unico nel suo genere, che riguarda la valutazione del bello e del brutto, effettuata su dei disegni. Ebbene, dopo il test sugli adulti, che hanno dato giudizi coerenti, si è passati ai piccioni, ai quali si è insegnato a distinguere i disegni belli da quelli brutti, sempre in cambio di un premio».

E hanno imparato?

«I piccioni distinguono, ma non è tutto perché, se si mostrano loro altri disegni nuovi, che non hanno mai visto, il risultato, secondo me stupefacente, è che continuano a discriminare quelli belli da quelli brutti, e questo significa che essi possono generalizzare la categoria, come facciamo noi; e questo ci fa anche sospettare che ci siano dei rilevatori di bellezza nel cervello, che sono antichi, generali e molto condivisi fra i vertebrati e, magari, anche fra gli invertebrati».

La bellezza appare anche in animali il cui cervello non è considerato così elevato, come i pesci, la cui evoluzione estetica, per esempio, viene studiata in Germania dal Nobel Christiane Nuesslein-Volhard.

«Vede, questa storia dei cervelli sviluppati per me è il retaggio di una comprensione imperfetta dell'evoluzione, per cui, vedendo un pesce, pensiamo: Quello siamo noi, tanti milioni nei anni fa. Eh no, anche quei pesci, come noi, si sono evoluti...».

E quindi?

«Non esiste una scala dell'intelligenza o della sofisticazione neurologica con, alla sua sommità, gli esseri umani. Anche intelligenza è una parola generalissima che racchiude una serie di abilità particolari, di memoria, di inferenza, eccetera. E se guardiamo alle singole abilità, notiamo che ci sono degli animali, ben lontani da noi, che ne hanno di straordinarie».

Qualche esempio?

«Andiamo nel bosco, nascondiamo delle cose buone in posti diversi, poi torniamo dopo due mesi per ritrovarle, usando la memoria topografica: un essere umano medio ricorda circa nove nascondigli, la ghiandaia o la nocciolaia ne ricordano fino a tremila, e con estrema precisione... Quindi, se usassimo come criterio di intelligenza la memoria spaziale, non ci sarebbe partita; però, se ci chiedessero di leggere un brano, noi stracceremmo la nocciolaia. Tutti gli animali sono speciali, ciascuno a suo modo».

Chi altro ci supera?

«Nei test di rotazione mentale, in cui bisogna individuare il profilo sbagliato, i piccioni sono molto più veloci e accurati di noi e trovano istantaneamente il profilo sbagliato: in un confronto con degli studenti universitari, questi ultimi sono stati stracciati dai piccioni».

E per quanto riguarda i sensi, c'è qualcosa che dovremmo invidiare agli animali?

«Certamente sì. I sensi sono dei filtri che abbiamo sul mondo e che sono, anche, la nostra prigione: nell'ambito della visione, per esempio, noi vediamo fra 400 e 780 nanometri ma, prima e dopo, c'è un mondo. Prima c'è l'ultravioletto, che le api sono in grado di vedere e, dopo, c'è l'infrarosso, che è percepito dai serpenti crotalini, rettili in grado di rispondere alle fonti di calore. Oppure pensiamo al riconoscimento degli oggetti nell'ecolocazione, come fanno i pipistrelli o i delfini, grazie ai sonar, e che è del tutto al di fuori della nostra esperienza soggettiva».

Quali animali ci insegnano di più sul nostro cervello?

«Dipende da quello che vogliamo studiare. Io, per esempio, studio l'origine della conoscenza, che cosa c'è nel cervello prima che l'esperienza lo modelli e, per questo, l'ideale sono animali a prole precoce, come i pulcini che quando escono dall'uovo si comportano come piccoli adulti e, quindi, mi permettono di capire che cosa ci sia nella loro tabula rasa, che non è rasa per niente... Oppure, per studiare la cognizione del numero e le sue basi genetiche, serve un animale in cui sia facile fare editing genetico, come il pesce zebra».

Il suo prossimo libro si intitolerà Pensieri della mosca con la testa storta. La mosca pensa?

«Eh, sono pensieri intesi alla veneta, come preoccupazioni... Il tema principale è l'origine della coscienza e della consapevolezza, è un tentativo di capire perché, a un certo punto, sia comparsa la coscienza, nel suo senso più elementare, come esperienza: vedi una cosa rossa, senti un odore di menta piperita, tocchi una cosa morbida...».

Un tema grosso.

«Già. La domanda è: questi stimoli, perché li abbiamo? Perché, a un certo punto, abbiamo avuto bisogno di esperienze, anziché, semplicemente, limitarci a rispondere agli stimoli, il che può comunque avvenire correttamente, anche senza consapevolezza? Potremmo muoverci nel mondo come zombie e invece, a un certo punto, è comparsa questa particolare qualità, che chiamiamo esperienza consapevole... Ecco, tento di fare una storia naturale della coscienza».

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