L'Arena si reinventa, altri restano in "letargo". La Fase 2 della lirica tra dubbi e ripartenze

Gli imprenditori si adattano all'emergenza. Chi è protetto dai fondi pubblici no

Cosa succede alla musica dal vivo nella «Fase2»? Poiché i vari decreti tacciono, è la montagna ad andare da Maometto. Il 29 aprile, in rappresentanza dell'impresa spettacolo, l'Agis ha inviato al Governo una proposta di ripartenza. La Fondazione Arena di Verona s'è invece mossa in autonomia, e ieri ha annunciato che rinvia al 2021 il festival estivo, dunque l'edizione numero 98, ma per il 2020 ha preparato una stagione straordinaria: «Nel cuore della musica» il titolo. Una decina di serate, nei fine settimana d'agosto e inizio settembre, con le stelle della lirica, da Netrebko a Domingo, Meli, Pirgu, Salsi, Yoncheva. Sorta di gala senza scene, con orchestra e coro in platea e al massimo 3mila spettatori: meno di 1/3 di quelli registrati a serata l'estate scorsa quando si raggiunsero 26 milioni di incassi, ovvero 532mila euro al dì.

Il sindaco di Verona, presidente del Consiglio di indirizzo della Fondazione, è fiducioso, confida nell'autorizzazione da Roma affinché il direttore artistico, Cecilia Gasdia, possa definire il calendario. Ieri mattina, il sindaco Sboarina ha sentito il ministro Dario Franceschini, «mi ha detto che non c'è ancora una data certa per l'inizio degli spettacoli, aspetta un protocollo dal comitato scientifico del Governo. Noi siamo pronti con un nostro protocollo perché non terremo l'Arena spenta, chiusa e silenziosa».

Anche altri festival estivi da Macerata a Pesaro vogliono rimettersi in moto. Il Teatro di Pordenone propone che gli artisti suonino nei teatri anche senza pubblico, con performance retribuite e trasmesse a pagamento via digitale. «L'artista non può aspettare un aiuto economico da parte dello Stato. Per esistere deve potersi misurare con la performance dal vivo, che ci sia pubblico in presenza, o meno» spiega il pianista e consulente artistico del teatro Maurizio Baglini.

I musicisti lanciano petizioni, l'ultima è firmata dai numeri uno d'Italia (da Pollini a Bartoli, Chailly, Gatti), unanimi nel chiedere che lo spettacolo dal vivo riparta, una ripresa che ognuno legge a modo suo indebolendo - così - la perorazione. C'è chi scenderebbe a compromessi accettando orchestrali distanziati, con mascherine e divisorie in plexiglas, c'è chi punta sul tutto o niente. Scalpitano gli enti che lavorano con personale a contratto perlopiù stagionale e la cui attività crea un indotto significativo per il territorio, il caso Arena.

Zitti zitti gli enti con dipendenti salvaguardati da cig, con bilanci in rosso, bassi ricavi di biglietteria e alzate di sipario che sono fonte di perdite: perché per taluni produrre costa più del letargo. Non solo, per quest'anno sono comunque confermati i contributi del Fus (Fondo unico spettacolo) che aiuteranno a colmare qualche buco di bilancio, l'effetto pandemia non sarà per tutti così dannoso. Tra parentesi, nel settembre 2019 la Fondazione Arena s'è vista decurtare i finanziamenti del Fus, ora scesi a 9,5 milioni.

Con la ripartenza in «Fase 2», per chiunque emerge il tema costi-ricavi, sebbene il sindaco di Verona assicuri che l'edizione straordinaria rispetterà i parametri di bilancio. Andare in scena con il 30% del pubblico e un costoso protocollo di sicurezza rompe l'equilibrio fra incassi e ricavi. Nel caso di Verona, è probabile che la stagione estiva 2020 si attuerà sacrificando in parte quella del teatro Filarmonico di Verona, la base autunno-inverno-primavera dell'Arena, del resto è il festivalone estivo a far da motore economico della città. In Arena gli spettacoli si ripagano mentre al Filarmonico ci perdono ricorda qualche critico.

Ma vallo a spiegare agli sponsor, dopo due mesi di inattività mentre i competitor stranieri galoppano da settimane, che l'arte non fa e non è un business. Semmai, si valuti cosa rende così piacevole il letargo da Covid di tanti e troppi enti.

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