L'Art Brut è bellissima e Dubuffet lo dimostra

Prediligeva la pittura senza regole e retorica Ritratto di un artista poco noto ma importante

Luca Beatrice

Q uando in Occidente imperversava la lunga stagione dell'Informale e dell'astrattismo, pochi furono gli artisti a insistere nell'immagine, convinti che il riferimento alla realtà fornisse una chiave comunicativa più diretta all'animo delle persone: la pittura drammatica e lacerata di Francis Bacon, la scultura esile ed esistenziale di Alberto Giacometti. Tra questi pochi spicca la figura, a tratti davvero straordinaria, di Jean Dubuffet. Mago, circense, sperimentatore, infantile, un artista raro da vedere soprattutto in Italia.

Ecco perché la mostra che apre oggi al Palazzo Magnani di Reggio Emilia rappresenta un'occasione importante. Sono passati quarant'anni, era il 1978, da Coucou Bazar, l'opera d'arte totale che Dubuffet presentò a Torino, che non si assisteva nel nostro Paese a un'antologica così completa dell'artista francese, nato nel 1901 e scomparso nel 1985, spesso ricordato per la geniale invenzione dell'Art Brut, di cui fu collezionista, ovvero quella creatività non accademica, l'arte dei folli, dei malati, dei bambini soli, libera da ogni vincolo. Dubuffet, però, non è solo questo. Prima di tutto era mosso dalla convinzione che la materia pittorica necessitasse di continuo sviluppo, includendo nell'esperienza materiali poveri, di scarto, intrisi di autenticità e lontani dall'artificio. Protagonista della vita culturale francese, vicino alla letteratura e alla musica, Dubuffet è artista persino troppo moderno e inquieto per il suo tempo. La sua stagione migliore si concentra tra il dopoguerra e i primi anni '60, in particolare nel ciclo Mirobulus, Macadame et Compagnie, dominato da superfici sabbiose, terragne, da personaggi buffi per un teatro povero, dalla memoria nostalgica del deserto. Dubuffet intendeva la pittura come una piattaforma mobile, lontana dalla retorica postbellica degli astratti. Intorno al 1960 incontra la musica, sperimentando insieme ad Asger Jorn (pittore del Gruppo Cobra) piccoli interventi polistrumentali alla stregua di un John Cage assai meno serioso. Segue L'Hourloupe, la serie di opere nate quasi per caso disegnando meccanicamente mentre stava al telefono con i quattro colori delle biro bic. Tale semplicità, quasi matissiana, che non teme l'effetto iperdecorativo, si espande fino alla scultura di grandi dimensioni e alle installazioni, dall'effetto antimonumentale per la povertà del materiale (il polistirolo), per quel senso di precario e non finito che ne caratterizza buona parte del percorso, dal disegno in avanti. Non finisce di sorprendere neppure in vecchiaia, limitato da una grave malattia, quando torna a una pittura per molti versi anticipatrice dei graffiti. Il titolo Non-lieux, attribuito alla serie più tarda e ottenuta dal riuso di precedenti lavori un tempo scartati, batte di diversi anni la teoria di Marc Augé e ne rinforza la figura rabdomantica, ai limiti del sensitivo, di un artista in grado di captare l'aria attorno a sé. Non solo artista, intellettuale complesso, Dubuffet ha inventato un proprio gergo fonetico (Jargon), ha elaborato libri, dischi, edizioni, fino al complesso progetto d'arte totale del già citato Coucou Bazar, danza, teatro, spettacolo, arte, tutto felicemente insieme.

Magari i curatori - Martina Mazzotta e Frédéric Jaeger - avrebbero potuto far dialogare la sua opera con il fervido ambiente culturale del tempo, per contribuire alla maggior conoscenza di un artista non popolare ma importantissimo. Resta comunque una mostra ricca e preziosa, occasione pressoché unica per incontrare l'universo di Dubuffet, da visitare assolutamente fino al prossimo 3 marzo.

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